PESCA ED ACQUACULTURA NELLE LAGUNE COSTIERE ITALIANE     

MODELLI DI GESTIONE TRASFERIBILI NELLA REALTA' MEDITERRANEA

 

Indice

1. Premessa metodologica

1.1.    Caratteristiche morfologiche ed ambientali delle aree umide Italiane

2. Pesca

2.1 Specie oggetto di pesca e loro ciclo biologico

2.2 Esempi di lagune costiere Italiane utilizzate per la pesca:  metodi di pesca e rese

2.2.1 Pesca nelle Sacche del Delta del Po

2.2.2 Esempi della Regione Toscana

2.2.3 Esempi della Regione Lazio

2.2.4 Esempi della Regione Puglia

2.2.5 Esempi della Regione Sardegna

2.3 Attrezzi da pesca e tecniche di pesca impiegate in laguna

2.4 Valutazione della situazione delle lagune utilizzate a scopi di pesca

2.5  Interazioni tra attività di pesca

3. Acquacoltura nelle lagune

3.1 Passaggio dalla semplice attività di pesca a modelli di acquacoltura marina in zone lagunari: l'allevamento estensivo nella vallicoltura.

3.1.1 Esempi di lagune nelle quali si pratica la vallicoltura

3.1.2 La gestione dell'allevamento estensivo

3.1.2.1 La semina

3.1.2.2 Metodi e gestione della pesca

3.1.2.3 Condizioni e strutture necessarie all'allevamento esten­sivo

3.2 Allevamento semi-intensivo

3.3 Allevamento intensivo

3.4  La molluschicoltura

4. Generalizzazione dei risultati dell'analisi e della valutazione di casi significativi della esperienza di gestione di lagune costiere italiane

4.1 Compatibilità dei modelli di acquacoltura e di gestione della pesca con il punto di vista ambientale

4.2 Conservazione delle migliori caratteristiche ecologiche dell'ecosistema lagunare

4.3 Problema della gestione delle attività di pesca e l'agg­iornamento della tecnologia

4.4 Il tipo di acquacoltura

4.5. Conseguenze di una visione solo protezionistica degli ambienti lagunari

4.6 Sopraggiunge un nuovo problema: gli uccelli ittiofagi

 

 

 

 

PESCA ED ACQUACULTURA NELLE LAGUNE COSTIERE ITALIANE

MODELLI DI GESTIONE TRASFERIBILI NELLA REALTA' MEDITERRANEA

 

1. Premessa metodologica

Nella esperienza Italiana, fra i molteplici usi cui sono destinate le zone umide situate lungo le coste, quello probabilmente più antico e che si rivela ancora oggi di estrema attuali­tà, è la pesca. L'attualità cui si fa riferimento risiede nel fatto, come si cercherà di dimostrare nel seguito, che questo utilizzo, assieme a quello che verrà successivamente illustrato e che in sintesi si può definire acquacoltura estensiva è non solo rispettoso della condizione di naturalità dell'ambiente, ma contribuisce in maniera efficace a mantenere le zone umide in condizioni tali da poter essere impiegate anche per altri scopi.

Il presente capitolo delineerà in rapida sintesi (Par. 1) le caratteristiche morfologiche ed ambientali delle aree umide Italiane; tratterà quindi separatamente il loro utilizzo a scopi di pesca (Par. 2) e di acquacoltura (Par. 3). Da ultimo (Par. 4) si valuterà il risultato di diverse forme di gestione di questi ambienti e la loro esportabilità in situazioni consimili dell'a­rea mediterranea.

 

1. 1. Caratteristiche morfologiche ed ambientali delle aree umide Italiane

Per lagune costiere di tipo mediterraneo intendiamo dei corpi d'acqua  derivati generalmente dallo sbarramento di seni o rias costieri ad opera di frecce  litorali sabbiose, che col tempo divengono cordoni di dune continue,  consolidate da vegetazione alofila.

Caratteristiche morfologiche ed ambientali comuni alle zone umide Italiane sono:

(1) la scarsa profondità (con medie fra 1 e 2 m e massimi fino a circa 8-10 m).

(2) Sono in comunicazione con il mare mediante una o più foci o canali che assicurano l'apporto d'acqua marina. 

(3) La temperatura dell'acqua dipende dalle condizioni ambientali esterne: mostra  notevoli variazioni nel corso dell­'anno, specialmente nelle lagune meno profonde, da 0 fino a 30°C e più, e oscillazioni marcate anche nel passaggio giorno-notte.

(4) La salinità dipende strettamente dalle possibilità di ricambio con il mare e dal tipo di apporti dall'entroterra: in alcune lagune possono sfociare acque continentali di diverse origini (sorgive, dilavamento, bonifiche, ecc.), ed in questo caso, come risultanza, la salinità varia marcatamente da una stagione all'altra, passando da concentrazioni estremamente basse nel periodo invernale a concentrazioni elevate (anche oltre il 40-50‰) nel periodo estivo a causa dell'elevata evaporazione. Il tenore di ossigeno nell'acqua è, specialmente nelle lagune meno profonde, sempre prossimo alla saturazione grazie all'azione rimescolante dei venti e alla presenza della componente vegetale planctonica e bentonica.

(5) Alta produttività, condizionata dal livello di scambio con il mare e il tipo di apporti dal continente. I nutrienti (principalmente fosfati e nitrati) provengono in generale da acque fluviali spesso arricchite da scarichi urbani e industriali e da acque di drenaggio di campi coltivati, contenenti elevate concentrazioni di fertilizzanti (Quignard, 1984; Kapetsky, 1984).

(6) Per evoluzione  naturale la laguna tende a scomparire per insabbiamento dei collegamenti con il mare e a evolversi in bacini dulcacquicoli; o, in altri casi può ricongiungersi con il mare per rottura dei cordoni litorali; o in altri ancora interrarsi per accumulo di depositi fluviali. Determinante è quindi l'intervento dell'uomo che può ad esempio accelerare il processo di interramento o prolungare la vita della  laguna con opere idrauliche. Quest'ultimo è naturalmente il caso delle lagune Italiane meglio gestite ed utilizzate a fini multipli, fra cui la pesca e l'acquacoltura. Ricordiamo che il 10% della produzione alieutica del mediterraneo proviene dalla pesca lagunare: le rese medie di una laguna, infatti, sono stimabili in circa 40 kg/ha/anno, con punte sino a 150 kg/ha/anno.

 

2. PESCA

L'uso delle lagune costiere a scopo di pesca ha origini antichissime. Il presente paragrafo illustra il popolamento ittico presente nelle lagune e oggetto di sfruttamento (Par. 2.1): esempi di situazioni nelle quali ancora oggi esso avviene e le modalità in uso (Par. 2.2). In conclusione (Par. 2.3) si valuterà la situazione esistente alla luce della compatibilità della pesca e dell'acquacoltura con la valorizzazione delle risorse ambientali.

 

2.1 Specie oggetto di pesca e loro ciclo biologico

La fauna ittica di interesse commerciale nelle lagune cos­tiere mediterranee è composta, come viene spiegato di seguito,  principalmente da specie eurialine, il cui numero e la cui abbon­danza varia a seconda dell'ambiente e dipende sia dalla rimonta naturale dal mare che dalle semine effettuate dall'uomo. Le specie sfruttate sono però solo una parte di quelle presenti, e conviene subito sottolineare che anche quelle non economicamente importanti giocano un ruolo fondamentale nella rete trofica e negli equilibri dell'ecosistema lagunare. La composizione quali­tativa, come detto, varia da area ad area: le lagune Italiane rappresentano  quindi solo un esempio che va verificato di volta in volta.

E' possibile dividere le specie presenti nelle lagune in almeno tre gruppi :

1) specie migratrici-occasionali. Appartengono al primo gruppo quelle specie che sono presenti saltuariamente e con pochissimi esemplari. Essi sono membri delle seguenti famiglie: Sparidae (sarago pizzuto, Puntazzo puntazzo (Gmelin); mormora, Lithognathus mormyrus (L.); sarago testa nera, Diplodus vulgaris (Geof.); sarago, D. sargus (L.); sparaglione, D. annularis (L.); boga, Boops boops (L.); salpa, Sarpa salpa (L.)); Mullidae (triglia di fango, Mullus barbatus (L.); triglia di scoglio, M. surmuletus (L.)); Sciaenidae (ombrina, Umbrina cirrhosa (L.)); Belonidae (aguglia, Belone belone gracilis Lowe); Carangidae (suro, Trachurus trachurus (L.)); Triglidae (gallinella, Trigla lucerna L.). La loro importanza economica è normalmente molto scarsa.

2) specie sedentarie: passano la totalità della loro vita nelle lagune; queste specie sono le più numerose nella lagune più profonde e con maggiori scambi con il mare. Ritroviamo in questo gruppo membri delle famiglie: Atherinidae (latterino, Atherina Hepsetia boyeri Risso); Engraulidae (acciuga, Engraulis encra­sicholus (L.)); Syngnathidae (pesce ago, Syngnathus acus rube­scens Tort. e Syngnathus abaster Risso); Gobiidae (ghiozzetto marmarizzato, Pomatoschistus marmoratus; ghiozzetto cenerino, P. canestrini; ghiozzetto di Panizza, Knipowitschia panizzai); Cyprinodontidae (nono, Aphanius fasciatus (Nardo)) e Gasterostei­dae (spinarello, Gasterosteus aculeatus L.). Il loro interesse commerciale è scarso, ma rappresentano nodi importantissimi della rete alimentare e costituiscono il pabulum di altre specie di interesse commerciale.

3) specie migratrici-colonizzatrici temporanee: possono rappresentare fino al 100 % del popolamento di una laguna, so­prattutto di certe lagune con acqua molto bassa. Sono qui incluse specie migratrici permanenti (non possono compiere il loro ciclo vitale in laguna), quali l'orata (Sparus aurata), la spigola o branzino, Dicentrarchus labrax (L.));, i Mugilidi (cefalo, Mugil cephalus cephalus L.; cefalo bosega, Chelon labrosus (Risso); cefalo calamita, Liza ramada (Risso); cefalo dorato, Liza aurata (Risso); cefalo verzelata, Liza saliens (Risso)); l'anguilla (Anguilla anguilla) e specie migratrici occasionali (in alcune lagune possono compiere il loro ciclo vitale in laguna, in altre circostanze debbono uscire) quali Atherina boyeri, Zosterissessor ophiocephalus e Gobius niger. A questo gruppo appartengono anche i pesci piatti (Pleuronectidae (passera pianuzza, Platicgthys flesus luscus (Pallas); Soleidae (sogliola, Solea vulgaris Quen­sel) e Scphthalmidae (rombo liscio, Scophthalmus rhombus (L.)), ma queste specie sono presenti solo saltuariamente. Importanti dal punto di vista commerciale, almeno sul mercato Italiano, sono i Crostacei Carcinus estuarii (in muta o la femmina con uova), Crangon crangon e Palaemon sp.

Le specie migratrici permanenti sono le più importanti ai fini della pesca e della acquacoltura. Esse provengono da aree di riproduzione situate anche molto lontano dalla costa. Per quanto riguarda la pesca, essa sfrutta i movimenti migratori delle specie ittiche tra mare e laguna e viceversa. Possiamo  distin­guere i  seguenti periodi: i) entrata  attiva o  passiva a fine autunno - inizio primavera; ii) permanenza estiva; iii) esodo attivo a fine estate - inizio inverno. Quest'ultimo è il periodo più importante per la pesca.

Risulta difficile generalizzare i periodi di  migrazione per le diverse specie (legati a fattori quali biologici quali metabo­lismo, ritmi interni, fattori genetici) sia a variazioni regiona­li legati a fattori micro e macro ambientali. E' comunque possi­bile, per la maggior parte delle lagune Italiane,  schematizzare il seguente calendario di migrazione:

1) rimonta in autunno - inverno : Mugilidi (Mugil cephalus, Liza saliens) (uscita: fine primavera-estate); anguilla (uscita autunno-inverno); soleidi (Solea impar) (uscita primavera);

2) rimonta inverno-primavera: Mugilidi (Liza aurata) (usci­ta: autunno); soleide (Solea vulgaris) (uscita inizio autunno), pleuronectidi (Platichthys flesus) (uscita: fine estate-inverno); 3) entrata primavera-inizio estate: sparidi (Sparus aurata, Diplodus sargus, D. annularis, D. Vulgaris) (uscita metà estate-inverno); serranidi (Dicentratchus labrax), mugilidi (Liza rama­da, Chelon labrosus) (uscita: autunno-inverno)

 

2.2 Esempi di lagune costiere Italiane utilizzate per la pesca:  metodi di pesca e rese

Attualmente meno della metà dei 150.000 ha di aree salmastre e lagunari presenti lungo le coste italiane viene utilizzata per pesca ed acquacoltura. Di seguito si forniscono alcuni esempi di ambienti gestiti a soli scopi di pesca.

 

2.2.1 Pesca nelle Sacche del Delta del Po

Nell'area dell'Alto Adriatico vi sono le "sacche" del delta del fiume Po, grandi baie comunicanti con il mare attraverso larghe foci solo parzialmente chiuse da banchi di sabbia. In questi bacini si svolgono generiche attività di pesca ed in alcune anche la mitilicoltura, che rappresenta l'unica forma di acquacoltura.

La Sacca di Scardovari ha una superficie di 3.200 ha, con una profondità media di circa 1.5 m; la salinità varia dal 4 al 31 per mille.  E' delimitata da due braccia del fiume Po e, dal 1968, circondata da una diga sulla quale corre una strada intera­mente percorribile. Durante il periodo estivo va incontro a fioritura algale e crisi anossica. Lo sforzo di pesca vi è rego­lato mediante il sistema delle licenze date a singoli pescatori (circa 20) e a 2 cooperative, per un totale di circa 180 soci. La produzione media è di circa 100 kg/ha/anno, di cui 24 % anguille, 29 % mugilidi, 18 % latterini e il restante 29 % di altre specie, soprattutto passere (Rossi et al., 1984; Franzoi et al., 1985). Vi viene svolta una importante attività di mitilicoltura, con una produzione di circa 2000 ton di prodotto. Recentemente è stata introdotta la vongola filippina (Tapes philippinarum), con ottimi risultati produt­tivi. La pesca è esercitata per tutto l'anno, con un picco pri­maverile ed uno autunnale. Durante quest'ultimo periodo, e so­prattutto per la pesca delle anguille, i pescatori costituiscono una unica compagnia, e provvedono a sbarrare la bocca della sacca con un imponente sistema di reti.

2.2.2. Esempi della Regione Toscana

La laguna di Orbetello, la più importante della Regione, ha una profondità media di circa 1 metro. Riceve acqua dolce dal fiume Albenga tramite un canale munito di paratoie. Comunica con il mare attraverso tre canali, uno lungo  800 m, parzialmente interrato; uno di 1.000 m, ormai praticamente cieco, ed uno lungo 1.840 m. La presenza dell'abitato di Orbetello che versa i suoi reflui organici, nonostante la presenza di un depuratore, diret­tamente nella laguna, è alla base del progressivo peggioramento delle condizioni trofiche della laguna.

Il Comune di Orbetello, nel cui territorio è compresa la laguna, ha il godimento dei diritti esclusivi di pesca. La pesca è gestita dal 1961 dal "Comitato Gestione Peschiere Comunali" e dalla Cooperativa "La Peschereccia", con circa 60 membri. Tre stazioni di pesca dotate di lavoriero sono localizzate nei canali di connessione con il mare e forniscono circa 1/3 delle catture totali. La cooperativa paga al comune di Orbetello il 30% del pescato fino a 100 milioni, il 50% oltre questa cifra. Le rese medie annue per ettaro nel periodo 1971-82 sono di 170  kg. Le principali specie catturate sono (nel periodo 1971-75): anguille (48.8 %), mugilidi (36.7), spigole (10%), orate (0.5 %) e altre specie (4 %). 

Il lago di Burano è una laguna costiera di 140 ha con una profondità media di circa un metro.  Gli apporti di acque dolci sono   assicurati da due canali di drenaggio; la foce a mare non assicura un collegamento permanente con il mare in quanto period­icamente insabbiata.  Le condizioni del lago non sono buone, con periodici  stati di eutrofizzazione e morie. Il lago appartiene ad una Compagnia Agricola e da alcuni anni il WWF lo gestisce come oasi di protezione per gli uccelli acquatici, mantenendo l'attività di pesca come una attività marginale. Non ci sono attrezzi da pesca fissi e le strutture (magazzini, attrezzi, ecc.) si trovano in pessime condizioni. La pesca viene svolta da due pescatori part-time da ottobre a maggio con bertovelli e tramagli. Le rese ittiche (pari a 60 kg/ha/anno fino al 1981) sono diminuite notevolmente in questi ultimi anni a causa di una non corretta gestione della laguna (scarsissima rimonta naturale, assenza di semine, ecc.) paradossalmente proprio per la veduta protezionistica (Cognetti et al., 1978; Ardizzone, 1982). Le principali specie ittiche catturate sono anguille (70%), mugilidi (20%), spigole e varie specie di acque dolci.

 

2.2.3. Esempi della Regione Lazio

Nella regione Lazio sono presenti 6 lagune costiere per un totale di 1.640 ha.

Lago Lungo ha un'estensione di 47 ha e una profondità media di 4.1 m. Riceve acque dolci dal vicino lago di S. Puoto (alimen­tato da sorgenti subacquee) mediante un collettore di circa 700 m e dal dilavamento dei circostanti terreni agricoli; lo scambio con il mare è assicurato da un canale di foce lungo circa 150 m. Il lago va soggetto a condizioni di stratificazione pressoché costante. Lo stato di meromissi e i consistenti apporti organici a carico del collettore fognario di Sperlonga determinano costan­ti condizioni di distrofia. La salinità superficiale varia tra 6.7 e 26.1‰, quella profonda tra 25.9 e 31.6‰; la temperatura fra 8  e 30.4°C.

La pesca viene svolta da un numero imprecisato di addetti, come seconda occupazione, da sportivi e bracconieri. Le principa­li specie presenti sono l'anguilla, i mugilidi e la spigola, con rendimenti mediamente non superiori a 100 kg/ha/anno.

Il lago di Fondi (381 ha) riceve apporti di acqua dolce da alcuni corsi d'acqua di origine sorgiva e da un complesso retico­lo di canali di bonifica; più scarsi sono invece gli scambi con acqua di mare assicurati da due canali di foce lunghi rispettiva­mente 2.8 e 2.4 km. Anche in questo lago si registrano condizioni di meromissi per densità, con formazione di uno stato di acque anossiche al di sotto dei 2 - 4 m di profondità. Periodiche cadute di ossigeno anche negli strati più superficiali causano morie di pesce. La salinità superficiale varia da 3 a 13‰, quella sul fondo da 10 a 22‰; la temperatura superficiale varia da 9 a 28.7°C; da 13 a 20°C sul fondo. Il lago è pubblico e in uso ai residenti dei comuni di Fondi e M. S. Biagio. La pesca viene svolta da pescatori profes­sionisti associati in cooperativa e non, e da pescatori sportivi. I principali attrezzi utilizzati sono nasse poste lungo le rive per le anguille e reti a circuizione per mugilidi. I canali non sono equipaggiati con lavorieri. Le specie ittiche pescate sono l'anguilla, Mugil cephalus, Liza ramada e la spigola. Come nel caso precedente, la risorsa è completamente legata alle rimonte naturali. A seconda di diversi fattori (assenza lavorieri, stato anossico del lago, sforzo di pesca irregolare, ecc.) la produ­zione dei mugilidi (la frazione più cospicua del pescato) varia da pochi kg/ha/anno a oltre 100 kg/ha/anno, con un trend in apparente aumento in questi ultimi anni.

Il lago di Fogliano (404 ha) è stata ristrutturato negli anni '30 in seguito ai  lavori di bonifica della pianura pontina, con modifica delle foci, realizzazione di una fossa circumlacuale profonda 2 m e larga 10 m per facilitare la circolazione interna del lago, arginatura con pietra di gran parte delle sponde e dragaggio dei fondali. Gli apporti di acqua dolce sono  assicu­rati da canali di bonifica e dal Rio Martino che vi sversa un notevole carico inquinante. Di conseguenza il lago è soggetto a periodiche crisi distrofiche. La profondità media è di circa 1 m, la salinità varia tra 28 e 48‰, la temperatura fra 7 e 30°C. L'area è gestita dall'Ente Parco e dal Ministero delle Risorse Agricole Alimentari e Forestali; le attività di pesca sono affidate in gestione ad una decina di addetti. Le principali specie ittiche sfruttate sono l'anguilla, i mugilidi e la spigola. La produ­zione, legata alla rimonta naturale, è andata diminuendo in questi ultimi anni (riduzione delle rimonte per chiusura di una foce, inquinamento dei canali e periodiche crisi distrofiche) passando dai rendimenti annuali superiori ai 250 kg/ha degli anni '70, a quelli inferiori ai 100 kg/ha/anno dal 1979-80.

Il lago di Monaci (95 ha) è stato anch'esso ristrutturato negli anni '30. L'unica foce del lago comunica con Rio Martino i cui apporti inquinanti hanno indotto una condizione di grave distrofia fino al 1979. Dal 1980 la gestione ha modificato lo schema idraulico, immettendo, mediante pompaggio nella stagione calda, acqua di mare. La salinità del lago varia tra 17.3 e 38.5‰; la temperatura fra 9 e 30°C. Le principali specie ittiche sono anguilla, mugilidi e spigola. Grazie ad un periodo di conduzione con criteri di acquacoltura estensiva (semine bilanciate, ecc.) la produzione annua complessiva è passata da meno di 100 kg/ha nel 1981 a 520 kg/ha nel 1984 (prevalentemente anguilla, e mugilidi). Dopo il 1985, in seguito all'esproprio dei laghi da parte del Ministero Agricoltura e Foreste, nel lago pescano meno di 10 pescatori e i rendimenti sono notevolmente calati.

Il lago di Caprolace (226 ha), ristrutturato negli anni '30, ha  una profondità media di 1.3 m (massima 2.9). Lo scambio con il mare avviene mediante due foci. La salinità varia tra 32.6 e 44‰; la temperatura fra 9 e 31°C. La produzione ittica è legata alla buona rimonta naturale; una ventina di pescatori raccolgono circa 150 kg/ha/anno). Le principali specie catturate sono anguilla, mugilidi, spigole e orate. Nel lago si svolge un'attività di stabulazione di molluschi provenienti dall'estero.

 

  2.2.4. Esempi della Regione Puglia

Il lago di Lesina (5.100 ha) ha una profondità media di 0.6 m (massima di 1.5). Si tratta di un seno lagunare, sbarrato da un cordone litoraneo largo circa 1 km tagliato da  due foci artifi­ciali. La temperatura varia da un minimo di 7.7 ad un massimo di 25.7°C; la salinità da 11 a 39‰. Attualmente 3 coopera­tive gestiscono le attività di pesca  con 135 addetti. I princip­ali attrezzi utilizzati sono una sessantina di paranze (un siste­ma di reti, ognuna con 350-500 bertovelli con maglia di 6 mm, che sbarrano il lago da una sponda all'altra dal 1 settembre al 31 gennaio. Ogni anno le diverse zone del lago vengono assegnati a estrazione. Semine sono state saltuariamente effettuate a partire dal 1978 a causa della diminuzione dei rendimenti. Le catture sono composte da anguille (22.8%), latterini (43.4%), mugilidi (29.4%), spigole (0.5), orate (2.7%). La produzione mostra un trend decrescente in questi ultimi anni (sia quantitativo che qualitativo) dovuto ai metodi di pesca utilizzati: il sistema della paranza, infatti, sembra effettuare uno sforzo eccessivo rispetto alla capacità produttiva del lago; ed inoltre non vi è alcun rispetto delle forme giovanili.

Il lago di Varano (6.100 ha), ha una profondità massima di 6 m. Gli apporti di acque dolci vengono assicurati da vari canali e da numerose sorgenti, anche subacquee. Due foci assicurano il ricambio con il mare. L'irregolare funzionamento delle foci a mare e la conseguente scarsa circolazione delle acque all'interno del lago, sono causa di frequenti crisi distrofiche. La pesca è esercitata da 4 Cooperative di pescatori dei vicini Paesi, con tramagli e bertovelli. La resa è di circa 20 Kg/ha/anno, in prevalenza anguille e mugilidi.

La laguna di Aquatina (45 ha) ha una foce a mare lunga 400 m e diverse sorgenti di acque dolci. La pesca, che inizia alla fine di ottobre e si conclude a metà gennaio, viene effettuata con reti da posta (bertovelli), reti a circuizione (tramagli), lam­pare e fiocine. Il popolamento ittico risulta costituito media­mente per il 45% da mugilidi, per il 33 % da anguille e per il restante 22% da spigole e sparidi. Le rese medie annuali nel periodo 1976-79 sono state di 626 Kg per i mugilidi, 300 Kg per spigole e sparidi, 473 Kg di anguille, con una resa per ettaro di 31 Kg.

 

2.2.5. Esempi della Regione Sardegna

Le lagune sarde (stagni) non sono state create per servire alla pesca ma sono ambienti naturali, soggetti a tutte le vicende del loro bacino imbrifero e legate alla rimonta naturale per il popolamento ittico.

Le condizioni ambientali sono molto variabili; l'inquinamen­to è di modica entità o assente (ad esclusione di S. Gilla forte­mente inquinato e S. Giusta, S. Giovanni e Marceddì in pericolo di inquinamento). Anche le modalità di gestione sono molto di­verse. Alcuni sono di proprietà privata (per complessivi 2.900 ha), altri di proprietà della Regione Autonoma Sardegna o del Demanio. Quasi tutti sono in concessione a Cooperative di pesca­tori che in alcuni casi ne curano la gestione ittica. La pesca, basata unicamente sulla rimonta naturale, viene svolta con trama­glio, fiocina e bertovelli. Le principali specie pescate sono le anguille (circa il 10% della produzione totale), i cefali, circa il 60%, e altre specie quali spigole, orate, mormore, sparidi. Le produzioni totali annue in genere sono molto elevate, variando da 22 a 683 kg/ha.

Lo stagno di Tortolì (259 ha) ha una profondità media di un metro e due foci a mare delle quali la più meridionale assicura un buon ricambio di acqua ed è munita di lavoriero in PVC. Gli apporti di acqua dolce sono assicurati da due canali di acque bianche. Le condizioni del lago, così come le rese della pesca, hanno subito un notevole miglioramento a partire dal 1977, anno in cui è stata ampliata la foce a mare settentrionale. Lo stagno è in concessione per la pesca ad una Cooperativa di Pescatori: a turno pescano nel lago circa 30 pescatori. Nel periodo 1957-1978 la resa media per anno è stata pari a 352 kg/ha, con periodi di calo causati in periodi diversi dalla occlusione delle foci a mare. Nel 1965-68 la resa passò a 261 kg/ha; dal 1968, grazie a semine di materiale catturato nelle aree circostanti, la resa passò a 382 kg/ha. Successivamente, con il divieto di pesca al novellame, la resa passò a 308 kg/ha. Attualmente le catture sono rappresentate da mugilidi (più del 50%), anguille (30%), spi­gole e orate (5%) e altre specie (15%). La laguna è di proprie­tà della RAS e le attività di pesca sono in concessione ad una Cooperativa di Pescatori (51 membri e 16 impiegati).

Il complesso degli stagni di Porto Pino, di proprietà delle Saline dello stato,  è suddiviso in quattro bacini divisi da una serie di cordoni litorali. La comunicazione con il mare è assicu­rata da tre canali. Il regime idraulico è governato dalle neces­sità tecniche delle saline che vi operano, indipendentemente dalle necessità della pesca. L'approvvigionamento di novellame è così limitatissimo. Le acque, non affette da alcun tipo di inqui­namento, hanno salinità variabile tra il 34 e il 62‰. La pesca è in concessione ad una Cooperativa di circa 20 pescatori. Le produzioni ittiche sono tra le più basse tra gli stagni sardi: 17.9 kg/ha nel 1978.

Lo stagno di S'Ena Arrubia riceve acque dolci da tre canali artificiali ed è in comunicazione con il mare tramite una foce artificiale aperta sulla duna. I notevoli apporti di acque dolci e lo scarso ricambio con il mare determinano una salinità compre­sa tra il 4 e il 10‰, vasti interramenti e uno stato ipertrofico piuttosto grave. La pesca è in concessione ad una cooperativa di circa 15 Soci; le rese sono piuttosto buone, con una media per il periodo 1976-1982 di 438 kg/ha/anno, ma oltre a muggini e anguille si pesca soprattutto carpe.

Lo stagno di Santa Giusta era una delle lagune più produt­tive d'Europa (800 kg/ha/anno, periodo 1972-77) ma, in seguito all'enorme impatto antropico di questi ultimi anni le rese sono diminuite, passando a 300 kg/ha/anno (1979), con catture per lo più di mugilidi e anguille. E' di proprietà della RAS ed affidato in gestione ad una Cooperativa di Pescatori di S. Giusta.

Lo stagno di Cabras è il più grande bacino salmastro della Sardegna. Di forma allungata, è separato dal mare da un cordone dunoso. Comunica con il mare tramite due foci che regolarmente si insabbiano; gli apporti di acque dolci vengono assicurati da due canali (che ricevono le acque di scarico di 14 comuni) e da varie idrovore del comprensorio di bonifica. Lo stagno è quindi fortemente eutrofizzato e dolcificato. Le ultime rese di pesca davano valori di 200  kg/ha/anno, costituiti da cefali, anguille e carpe. E' di proprietà del Demanio Marittimo. Vi operano, abusivamente, non essendo attualmente la pesca regolamentata in alcun modo, una decina di cooperative fra loro in competizione.

Lo stagno di Mistras (450 ha, dei quali solo 200 ha coperti d'acqua in permanenza) è separato dal mare da due cordoni litora­li. Una foce a mare assicura il ricambio idrico. Gli apporti di acque dolci sono assicurati dalle sole precipitazioni atmosfer­iche, per cui la salinità varia dal 50-80‰. E' di pro­prietà della Cooperativa Molluschicoltori di Cabras che la ges­tisce direttamente. La produzione ittica oscilla tra 25 e 80  kg/ha/anno, costituita per lo più da specie pregiate quali orate, spigole, sogliole, mormore.

 

2.3 Attrezzi da pesca e tecniche di pesca impiegate in laguna 

La varietà delle lagune esistenti, localizzate in diverse posizioni geografiche lungo la costa italiana, ha fatto sì che ognuna sia caratterizzata  da una sua tradizione nel campo delle tecniche di pesca, tradizione che si è evoluta localmente secondo le necessità. Con il tempo, queste tecniche tesero tutte ad avere la stessa struttura, grazie  anche alla sempre maggiore disponi­bilità dei materiali da costruzione. Comunque, le tecniche di pesca e il progetto di alcuni strumenti di cattura rimasero gli stessi in molte aree grazie alle consolidate tradizioni e ad alcuni particolari adattamenti alle caratteristiche dell'am­biente. Questo accadde  in particolare per il bertovello (fyke net).

La pesca nella laguna di Venezia viene descritta da Ninni (1940), il quale classificò 28 tipi di reti, raggruppate in strascico, reti a barriera o trappole a cesto, reti libere. De Angelis (1963, 1964) descrive le tecniche di pesca usate nelle lagune di Lesina e Varano, in Puglia. Questi attrezzi erano anche largamente diffusi in altre lagune del mediterraneo meridionale, nelle quali i pescatori pugliesi avevano lavorato per molto tempo, diffondendo i metodi di pesca dell'anguilla in laguna. Tra gli altri attrezzi da cattura, l'autore descrive la 'grisciola’, un particolare tipo di lavoriero  costruito in fibre vegetali e composto da diverse camere, usato per la cattura del pesce che migra verso il mare senza chiudere completamente il canale.

Con l'evolversi degli attrezzi da pesca lagunari, il numero degli attrezzi utilizzati progressivamente diminuiva. Certi attrezzi, quali le reti, le nasse, gli arpioni, vennero adattati alle necessità locali con nomi differenti. La pesca veniva con­dotta da pescatori professionisti, ma anche da pescatori occa­sionali, agendo con o contro le leggi, facendo uso di strumenti che non fossero molto costosi.

Attualmente la pesca viene effettuata  per mezzo di lavori­eri, reti e bertovelli (fyke nets). Gli ami (fish hooks) vengono utilizzati dai pescatori professionisti sono occasionalmente.

- Bertovello. Nella pesca lagunare viene integrato con strutture fisse, quali arginature e barriere, per far convergere il movimento del pesce nell'attrezzo di cattura, che è normal­mente utilizzato per la cattura delle anguille. La migrazione delle anguille può essere controllata per mezzo di particolari combinazioni di bertovelli e barriere, a volte arrangiate in modo molto complesso.

Nelle lagune ove non è presente il lavoriero, le trappole, poste nei canali di collegamento con il mare, sono  costituite da una semplice dislocazione di reti e bertovelli al fine di evitare l'impatto della corrente. Combinazioni molto complesse, lunghe fino a 100 m, vengono invece poste dopo l'ingresso del canale in laguna.  In alcune lagune, p.e. Lesina, queste barriere spesso chiudono il lago da una costa all'altra e ogni stazione di pesca, composta da diverse centinaia di bertovelli, viene gestita da un gruppo di pescatori.

La struttura del bertovello si è evoluta, così come il modo di utilizzarlo. Ci sono diversi tipi di bertovello, dal più sem­plice usato lungo la costa, spesso tra la vegetazione, per cattu­rare mugilidi o anguille, fino a quelli impiegati con reti di sbarramento. Con l'aumentare delle dimensioni  di queste com­plesse strutture e con l'aggiunta di ali più lunghe, il numero di bertovelli tende a diminuire gradualmente. Questi attrezzi da pesca vengono utilizzati principalmente in posizione ortogonale rispetto alla costa per sbarrare i movimenti delle anguille; essi possono anche essere sistemati al centro del lago, se questo non è troppo profondo.

- Tramagli ed altre reti da imbrocco (trammel nets e gill nets) sono i principali attrezzi da pesca utilizzati per la cattura di pesci quali  mugilidi, orata, spigola, specialmente in quelle lagune non dotate di lavoriero. Fino a pochi anni fa, l'unico strumento usato era il tramaglio.

In laguna abbastanza profonde i pescatori locali usano reti a circuizione per catturare i mugilidi.

Un altro attrezzo da pesca è la sciabica (seine net), seb­bene essa venga utilizzata sempre meno a causa della sua scarsa selettività che causa alti tassi di mortalità nei giovanili. Attualmente viene utilizzata quasi esclusivamente per il latteri­no.

Altri attrezzi da pesca quali arpioni e palangresi non sono più utilizzati da tempo nella maggior parte delle lagune itali­ane.

 

2.4 Valutazione della situazione delle lagune utilizzate a scopi di pesca

Per ciò che riguarda la pesca, in Italia si verificano almeno due diversi tipi di situazioni:

1. Se la laguna è dotata di barriere fisse (lavorieri) alle foci a ai canali di comunicazione col mare, l'attività di pesca è concentrata particolarmente a questo attrezzo e si svolge in prevalenza nel periodo autunno-invernale. Ad integrazione vengono utilizzati gli attrezzi della pesca vagantiva (tramaglio, fioci­na, sciabica) e reti da posta (bertovelli) per le anguille.

2. Se la laguna non è dotata di barriere fisse, la pesca è soprattutto vagantiva per il pesce bianco (tramaglio, sciabiche, fiocina) o con nasse e reti da posta per l'anguilla.

In quasi tutti i casi illustrati la gestione della pesca, e cioè il numero dei pescatori, il tipo di attrezzi ed i periodi di pesca, è affidata ad un unico Gestore (singolo o Cooperativa di pescatori), proprietario o concessionario. Nei pochi casi in cui lo sfruttamento della risorsa avviene in competizione fra diver­si, ed indipendenti, utilizzatori il risultato è il deterioramen­to della risorsa e di conseguenza una perdita di redditività economica della pesca.

La consistenza dello stock sfruttabile è direttamente dipen­dente (1) dalla rimonta naturale e (2) dal rispetto delle forme giovanili.

Per rimonta naturale si intende non solo l'immigrazione delle larve ma anche quella di giovani e sub-adulti. A questo scopo è necessario un accurato impiego dei lavorieri, se vi sono. In mancanza grande attenzione va posta all'officiosità dei canali ed alla rimozione di ogni ostacolo all'entrata, curando paralle­lamente che non avvengano fughe.

Il rispetto delle forme giovanili dipende dalla tecnologia di pesca impiegata. Di norma viene attentamente regolato l'uso del bertovello. Esso è di solito proibito nel periodo primaverile ed anche in quello estivo: nel primo perchè risulta estremamente dannoso per le forme giovanili; nel secondo per evitare morie a causa della carenza notturna di ossigeno.

Un altro problema che si pone per le forme giovanili è il loro arrivo autunnale ai lavorieri: in pratica se ne può tentare la risemina in aree lontano dalle bocche, ma ciò comporta morie per stress da cattura e trasporto. In alternativa essi vengono raccolti e praticamente svenduti al mercato.

L'elevato potenziale produttivo di molte lagune è stato in molti casi snaturato da una diretta o indiretta pressione antrop­ica che ha provocato una diminuzione anche notevole delle rese della pesca. Per il ripristino di migliori condizioni ambientali, nella maggior parte dei casi gli interventi da effettuarsi ri­guardano: miglioramento della circolazione delle acque lagunari (con realizzazione di fosse circumlagunari, ripristino o apertura di foci a mare, ecc.), controllo della qualità degli apporti dall'entroterra, razionalizzazione delle attività di pesca (semine, selettività degli attrezzi, sforzi di pesca, ecc.).

 

2.5 Interazioni tra attività di pesca

Questo aspetto è particolarmente evidente in quelle lagune dove il reclutamento è legato alla rimonta naturale delle specie ittiche dal mare. In questi casi è fondamentale preservare le risorse ittiche rinnovabili attraverso un accurato controllo dello stadio di sfruttamento dei diversi stock.

In quegli ambienti, invece, dove il reclutamento è legato alle semine effettuate dall'uomo, come ad esempio le valli del Nord Adriatico, esiste una situazione di relativa autonomia dagli stock naturali.

Numerose categorie di pescatori operano quindi sullo stesso stock in modo indipendentemente e senza alcun controllo. Per esempio, le seguenti attività di pesca sono praticate su specie quali l'orata e la spigola:

- piccola pesca costiera con tramagli, palamiti, piccole reti a circuizione

- strascico costiero entro le tre miglia dalla costa

- pesca sportiva (sia con lenze che subacquea)

- pesca del novellame lungo la costa, alla foce di fiumi e in canali

- pesca lagunare

Con attività di pesca così diversificate e intensive, una condizione di sovrasfruttamento è inevitabile, così come, quindi, una progressiva riduzione del reclutamento ittico in laguna. Da ciò nasce quindi la necessità di effettuare semine artificiali in quelle aree costiere che sono più pesantemente sfruttate. Da questo punto di vista le lagune costiere italiane in peggiori condizioni sono quelle dell'Adriatico, del Lazio e della Toscana per l'area Tirrenica; ancora in buone condizioni le lagune cos­tiere sarde.

 

3. Acquacoltura nelle lagune

Definiamo acquacoltura l'allevamento di organismi acquatici, e cioè pesci, molluschi, crostacei e piante. Allevamento implica alcune forme di intervento per aumentare la produzione, come ad esempio una semina regolare, l'alimentazione, la protezione dai predatori, ecc. Allevamento implica, inoltre, una forma di pro­prietà dello stock allevato da parte di singoli o di gruppi. In acquacoltura si parla convenzionalmente di estensivo, semi-inten­sivo ed intensivo. Tentativamente si può definire estensivo un allevamento nel quale l'alimento è totalmente desunto dalla rete trofica dell'ambiente naturale in cui si opera, senza alcuna integrazione alimentare. L'allevamento semi-intensivo implica la somministrazione, come supplemento alla prevalente assunzione di cibo naturale, di alimento a bassa tecnologia, con ingredienti a ridotto contenuto proteico (<10%), normalmente reperiti da aziende operanti in loco o come prodotti di scarto dell'agricoltura. Intensivo è l'alleva­mento totalmente dipendente da alimentazione artificiale.

Nel presente paragrafo, dopo la definizione di acquacoltura si tratterà (3.1) della Vallicoltura; quindi del  (3.2) semi-intensivo, (3.3) dell'intensivo e (3.4) della molluschicoltura e di altre specie il cui utilizzo è più recente.

 

3.1  Passaggio dalla semplice attività di pesca a modelli di acquacoltura marina in zone lagunari: l'allevamento estensivo nella vallicoltura.

Come si è detto, alcune specie marine costiere si sono adattate a trascorrere il loro ciclo biologico o parte di esso nella laguna. Queste specie, definite "eurialine" per la loro capacità di adattarsi alle più svariate condizioni ambientali, comprendono specie ittiche quali l'orata, la spigola, l'anguilla, i mugilidi, ecc. La presenza di queste specie  e la maggiore accessibilità delle lagune rispetto all'ambiente marino, ha dato origine alla pesca, per sfruttare il movimento migratorio delle specie eurialine: prima la rimonta del novellame (stadi post-larvali o più avanzati) dalle acque della fascia costiera  at­traverso i canali  di foce  in laguna in inverno-primavera; e successivamente il ritorno verso il mare dopo un periodo di accrescimento in laguna, che dipende da fattori quali la disponi­bilità trofica, la densità della popolazione, la temperatura.

Il fatto che le specie migrano e devono necessariamente pas­sare per i canali di collegamento o le foci, ha permesso la messa a punto di una struttura  di cattura fissa, il lavoriero: si può dire che esso rappresenti il momento di passaggio dalla pesca all'allevamento. Il lavoriero, infatti, non è solo un attrezzo di cattura: oltre che sbarrare la strada del ritorno al mare delle specie ittiche, permettendone la cattura, può addirittura essere idoneo alla selezione del prodotto, per qualità e per taglia; e lascia anche libera l'entrata dei giovanili che possono montare nella laguna attraverso le griglie. Il moderno lavoriero è il risultato di una lunga esperienza che ha radici antiche. L'avven­to di strutture di cemento e griglie metalliche ha razionalizzato le tradizionali strutture in canna, che peraltro si ritrovano ancora in molti ambienti lagunari. La presenza di un lavoriero funzionale permette di affrontare la gestione del bacino come se si trattasse di un ambiente da acquacoltura, determinandone la natura della gestione. In tal caso corrette politiche di ripopolamento e di selezione delle catture possono ottimizzare una valorizzazione produttiva dell'ambiente in oggetto.

 

3.1.1 Esempi di lagune nelle quali si pratica la vallicoltura

Nel Friuli Venezia Giulia vi è il complesso lagunare di Marano e Grado. Tale area si estende su una lunghezza di circa 32 km e larghezza di 5 km per circa 12.700 ha (delle quali 10.283 completamente coperti dalle acque) tra i fiumi Isonzo e Tagliamento.

All'interno di questo complesso lagunare, separato dal mare da isole derivanti dalla formazione di un cordone dunario lito­rale, sono ricavate artificialmente alcune valli da pesca. Lo schema idraulico della laguna è  complesso ed efficace. Le lagune comunicano con il mare attraverso numerose bocche ("porti") e ricevono acque dolci da numerosi canali, fiumi e risorgive. Canali interni regolati dall'uomo ed altri secondari naturali originati dalle maree assicurano la migliore circolazione delle acque lagunari. La vastità dell'area e l'eterogeneità della situazione di contorno (antropizzazione, apporti vari) producono condizioni diverse. Nonostante la buona circolazione delle acque non mancano i problemi connessi con gli scarichi urbani ed indus­triali nella laguna. Sul bacino si trovano i centri abitati di Marano Lagunare, Grado e, in parte, Lignano Sabbie d'Oro, sede di un'intensa attività turistica.  Nelle lagune di Grado e Marano esistono 36 aree arginate, in comunicazione idrica controllata con la laguna, per un totale di 1.236 ha, utilizzate per la pescicoltura. Di queste valli solo 4 hanno superficie che supera i 90 ha.

La proprietà delle valli è in parte privata (78% della superficie totale) e in parte comunale (22 %), date in affitto a cooperative di pescatori. La produzione media per ha è intor­no a   48 kg/ha, dei quali il 50% rappresentato da pesce bianco (cefali, spigole, orate) e il restante da anguille. Piuttosto modesta la rimonta naturale del novellame. Generalmente basso il livello tecnico delle attrezzature e della conduzione.

Nella Regione Veneto sono importanti due grossi bacini: quello di Venezia e quello del delta del Po.

L'ampiezza, la forma e l'idrografia della laguna di Venezia sono strettamente legati alle manipolazioni dell'ambiente operato dall'uomo. La gestione degli specchi d'acqua e dei suoi dintorni, attuata mediante varie opere idrauliche (marginamenti, canalizzazioni, ecc.) e mirata essenzialmente agli insediamenti urbani che vi insistono (Chioggia, Mestre e Venezia) condiziona la situazione attuale della laguna.

La laguna di Venezia (57.800 ha) si estende tra le foci del Brenta e del Sile, separata dal mare da un sottile litorale.  La profondità media è di circa 1.5 m. La pesca viene svolta in forma vagantiva e con attrezzature fisse (bilancioni, serraglie).

Della superficie acquea 9.107 ha consistono in valli da pesca arginate in comunicazione controllata con il resto del bacino, nelle quali viene svolta un'attività di acquacoltura con intervento dell'uomo (semine, selezione, protezione dai predato­ri, ecc.).  Il carico organico degli apporti di origine antropica ed industriale determina condizioni di marcata eutrofizzazione, in particolare nelle adiacenze degli scarichi principali. Non rari i casi di anossia nella laguna, con conseguenti morie.

Nella zona del delta veneto del Po  la superficie totale adibita a valle da pesca è attualmente di 8.291 ha.

Nella Regione Emilia-Romagna i due principali complessi lagunari sono Valle Nuova e le Valli di Comacchio.

Valle Nuova è un complesso di valli con una estensione di poco inferiore ai 1.900 ha. Gli scambi con il mare sono assicu­rati da un canale che sfocia vicino una delle foci del Po; acque dolci provengono, mediante pompaggio quando necessario, dal Po di Volano. La valle è di proprietà di una Società privata che la gestisce direttamente.  Il personale è composto da un capovalle, tre operai, da lavoranti stagionali durante il periodo della pesca e da due guardiani. Sono presenti edifici per i guardiani, magazzini per imbarcazioni e attrezzi da pesca e un lavoriero fisso, realizzato in canne di plastica.

Le  catture  totali medie annue sono circa 51 kg/ha. Le principali specie catturate sono anguille e mugilidi.

Le valli di Comacchio sono un complesso di lagune (10,000 ha) collegate con il mare attraverso un complesso sistema di canalizzazioni della lunghezza di oltre 28 km e con il fiume Reni mediante sifoni. Sono di proprietà del comune di Comacchio. La gestione è affidata alla Azienda Speciale Valli di Comacchio, un Consorzio fra la Provincia di Ferrara ed il Comune di Comacchio,  composta da 51 persone (4 dirigenti, tecni­ci ed amministrativi, 27 operai e 13 guardiani).

Si ritrovano differenti strutture produttive tipiche dell­'allevamento estensivo e dell'intensivo (oggi dismesso), tra i  quali i lavorieri (probabilmente il primo sistema di cattura nel Mediterraneo). L'impianto è dotato inoltre di costruzioni per i guardiani, magazzini per gli attrezzi e le imbarcazioni, camions frigoriferi per il trasporto dei prodotti ittici. E' inoltre presente un laboratorio di ricerca per il controllo della qualità delle acque e del prodotto.

Dati di produzione sono disponibili dal 1781. La produzione media per ettaro nel periodo 1781-1982 è uguale a 16.4 + 6.5 kg.

La produzione interessa per il 45 % l'anguilla, il 32 % i mugilidi, il 16 % i latterini e il restante 7 % altre specie. L’Azienda non gestisce direttamente i canali di comunicazione con il mare per cui la loro manutenzione è carente.

 

3.1.2 La gestione dell'allevamento estensivo

La gestione piscicola di un sistema lagunare passa attraver­so il sistematico ripopolamento o il controllo dello stesso, la cattura selettiva, la gestione idraulica, la valorizzazione del prodotto.

Il sistema tradizionale si basa essenzialmente sull'alleva­mento misto di una associazione di differenti specie, presenti contemporaneamente con diverse taglie, nello stesso bacino di acqua.

L'accrescimento è chiaramente proporzionale alle caratteris­tiche biologiche di ognuna delle specie presenti e alla disponi­bilità di cibo nell'ambiente.

Dal punto di vista biologico, gli aspetti negativi di questa tecnica di allevamento sono legati alla competizione e alla predazione, che spesso portano al cannibalismo. Di conseguenza il tasso di sopravvivenza, specialmente per le classi più piccole, è molto basso. Oltre ai problemi legati all'impossibilità di in­tervenire sulla crescita e sul tasso di sopravvivenza, altri problemi dell'allevamento in estensivo sono legati alla lunghezza del ciclo di allevamento e al basso rendimento ottenibile in rapporto all'estensione della laguna.

Il tipo di conduzione delle valli è quello della privata capitalistica, ove l'imprenditore è anche proprietario o possessore del fondo e impiega un certo numero di salariati per il lavoro manuale. Il metodo di lavoro è prevalentemente di tipo estensivo, basato quindi su poche fasi fondamentali: 1) in primavera si favorisce la rimonta naturale del novellame e la si integra con semine di novellame pescato in aree salmastre più o meno delle zone viciniori; 2) in autunno si catturano gli animali al lavoriero, sfruttando l'istinto migratorio  riproduttivo dei pesci che migrano verso il mare; gli individui più piccoli, non commercializzabili, vengono immessi nelle peschiere di sverno fino all'anno successivo. La stagione della pesca prosegue fino ad aprile. La fase di cattura del pesce di taglia commerciale inizia da 1 o 2 anni dopo l'ingresso o l'immissione del novellame per l'orata fino a dopo 6-7 anni per l'anguilla. 3) stabulazione e svernamento del pesce. Soprattutto nelle valli quello dello svernamento è uno dei problemi maggiori. Come detto precedente­mente solo l'orata dopo un anno raggiunge una taglia commercia­bile; specie quali i mugilidi e la spigola, costrette a passare in laguna più anni, temono le basse temperature, correndo gravi rischi di morte sotto i 4-5°C. In autunno, quando tutte le specie (escluso l'anguilla) tendono a lasciare la valle sotto l'impulso migratorio e a concentrarsi nei canali di raccolta, si favorisce l'ingresso dei giovani in speciali bacini di svernamen­to. Solo l'anguilla passa regolarmente l'inverno nelle valli, infossandosi nel fango del fondo e cadendo in una specie di letargo.

Per le lagune situate nel sud Italia il problema dello svernamento è meno sentito sia per la forma stessa delle lagune sia per la loro posizione geografica; la gestione delle lagune costiere del meridionale d'Italia non prevede quindi modalità per lo svernamento. In queste lagune diviene però fondamentale una corretta gestione idraulica della laguna, ma, più in generale, tutti i punti cui si è fatto cenno sono strettamente correlati ad una corretta gestione idraulica.

Riassunto in forma sintetica, un ciclo annuale di allevamen­to include  alcune fasi fondamentali: la cattura  del novellame, la sua crescita, cattura e vendita, o svernamento, del pesce.  Il ciclo nella valle inizia in primavera, quando il novellame è introdotto nei bacini e va  avanti con quelle operazioni che permetteranno la sua crescita e conservazione.  La fase finale di cattura ha inizio dopo solo 1 o 2 anni (orata) o dopo 6 o 7 anni (anguilla).

Uno dei problemi fondamentali nella  gestione di una valle è l'arrivo del periodo  invernale, con conseguenti rischi di morie provocate dal freddo. In autunno quindi, quando tutte le specie (ad esclusione dell'anguilla) tendono a lasciare la  valle sotto gli impulsi riproduttivi e termici, essi vengono fatti entrare nei bacini  di raccolta  e da qui gli individui più giovani, fatti passare nei bacini di svernamento.

Le basi per il successo di questi metodi di allevamento sono quelle operazioni che riguardano la gestione della valle quali, ad esempio, gli interventi per il controllo dei flussi  interni d'acqua e il bilancio idrobiologico dell'ambiente.

La gestione idraulica di una laguna è basata su 1) la cos­tante apertura/chiusura delle paratoie dei canali per regolare l'immissione dell'acqua dal mare; 2) il controllo degli apporti di acque dolci; 3) il movimento delle masse d'acqua interne.

La regolazione delle paratoie dei canali dipende prima di tutto dalle esigenze degli allevamenti ma anche dalla distanza dal mare, dalla estensione del livello di marea, dalle caratteris­tiche fisico-chimiche degli apporti di acqua dolce e marina, al fine di ottenere le migliori condizioni di temperatura, ossigeno e salinità.  Nel Nord Adriatico l'escursione di marea (1 m circa)  è in genere sufficiente per assicurare un buon ricambio delle acque. In altre valli invece il ricambio con le acque marine e la circolazione interna è assicurata da pompe. Le scelte gestionali sono effettuate in base all'esperienza del singolo gestore. Tuttavia alcune necessità e regole nella gestione di una valle possono essere così riassunte:

i)  Primavera. Le acque all'interno della laguna vengono ricambiate appena possibile e quanto più possibile: l'uscita delle acque salmastre favorisce la rimonta naturale del novel­lame. Si mantengono in questa maniera le migliori condizioni possibili nell' ambiente (buona limpidezza, giusta salinità, temperatura costante, buona ossigenazione, ecc.).

ii)  Estate. In questa stagione il livello dell'acqua dimi­nuisce progressivamente a causa dell'evaporazione, aumentando conseguentemente di salinità. In questa stagione maggiori sono i pericoli legati alle alte temperature ed ai bassi tenori di ossigeno.  E' quindi necessario il ricambio con acque a moderata salinità, prestando la massima attenzione a possibili fenomeni distrofici risultanti dall'eutrofizzazione della valle.

iii) Autunno. Il livello dell'acqua è ridotto il più possi­bile per favorire l'accumulo del pesce nei canali e nei bacini di raccolta. Generalmente nelle notti senza luna di Ottobre (più raramente Settembre) l'ingresso di acqua di mare in concomitanza dell'alta marea stimola l'istinto migratorio dei pesci che entra così nei diversi attrezzi da pesca. In questo periodo  le para­toie vengono abbassate per lasciare piena la valle durante la bassa marea e favorire la pesca durante l'alta marea.

iv)  Inverno. Una volta che la pesca è terminata il problema principale è quello di assicurare le migliori condizioni possibili di temperatura e ossigeno nei bacini di svernamento, dove il pesce immaturo viene trattenuto per svernare. A questo scopo il livello dell'acqua deve essere tenuto il più alto possibile. Particolarmente importante diviene la disponibilità di acqua dolce (eccellente è l'acqua proveniente dai pozzi artesiani la cui temperatura non è in genere inferiore ai 15°C), che forma un sottile strato di ghiaccio sulla superficie proteggendo il pesce da brusche variazioni di temperatura.

 

3.1.2.1  La semina

La semina nelle valli inizia in primavera quando il novel­lame (catturato in altre località o acquistato da avannotterie)  viene messo in bacini e curato al fine di ridurre al minimo la mortalità. Nelle lagune in genere questa fase è affidata sola­mente alla rimonta naturale.

La rimonta naturale (migrazione anadromica) del novellame ha rappresentato in passato l'unica forma di approvvigionamento di prodotto ittico delle lagune. Per questa ragione  veniva data molta importanza alla creazione di adeguate aperture negli at­trezzi fissi situati alle foci. La scarsa rimonta naturale che caratterizza attualmente la maggior parte delle lagune costiere è da connettere a (1) cattive condizioni dei canali di foce, spesso insabbiati o con chiaviche non funzionanti o mal gestite,  con conseguenze dirette quali l'impossibilità di risalita del novel­lame e indirette sullo scarso ricambio di acque all'interno della laguna e conseguente problemi di inquinamento e crisi distrofiche con morie; (2) eccessivo sforzo di pesca lungo la fascia costiera sia sugli adulti che sui giovanili. A tutt'oggi il novellame seminato nelle valli adriatiche proviene dalla pesca a mare o in aree di foce in quanto un tale sistema di produzione non può essere subordinato ad una rimonta naturale instabile ed aleatoria sia per le difficoltà materiali che incontra il novellame in rimonta (paratoie, soprattutto nelle valli arginate) sia per l'intensa pesca cui è soggetto in mare e nei canali.

Il fabbisogno ufficiale delle sole valli veneziane si aggira intorno ai 20-22.000.000 mentre quello delle altre valli venete supererebbe i 40-45.000.000. A lungo termine, comunque, ma già al presente, lo svi­luppo degli allevamenti in laguna dipende dalla disponibilità di seme proveniente da riproduzione controllata. Il problema sta nel fatto che i risultati di semine effettuate con materiale proveniente direttamente dalle avannotterie sono quanto mai scarsi. Solo recentemente sono state messe a punto nuove tecnologie di riproduzione controllata basata sulla tecnica dei ‘grandi volumi’ che, sacrificando le sopravvivenze, consentono l’ottenimento di avannotti morfologicamente più simili a quelli naturali e quindi più idonei al rilascio in valle.

Le semine in ambiente lagunare possono iniziare in Febbraio con Liza saliens. Questa specie viene catturata dai novellanti professionisti lungo costa in gennaio-febbraio ed è molto abbon­dante nel nord Adriatico anche se le sue qualità organolettiche sono inferiori a quelle delle altre specie di mugilidi.

Da marzo a maggio-giugno le specie che possono essere semi­nate sono: Sparus aurata (orata), Dicentrarchus labrax (spigola), i mugilidi Mugil cephalus, Liza ramada, Liza aurata, Chelon labrosus e Anguilla anguilla.  Quest'ultima viene seminata sia allo stadio di ceche (glass eel), ma raramente, che di ragani (elver), più usualmente, con pesi variabili tra 5 e 50 g.

I giovani pesci possono essere immessi direttamente nelle valli o, meglio ancora, in alcune aree parzialmente isolate dal resto della valle per i primi tempi (da 1-2 mesi fino ad un anno), per  evitare la predazione da parte di altre specie. Giovani di anguilla e spigola sono spesso seminate direttamente in valle in differenti aree al fine  di assicurarne un'ampia distribuzione. Le specie più pregiate (orata, C. labrosus e M. cephalus) sono protette immettendole in appositi bacini (pes­chiere) in precedenza ripulite dai possibili predatori (soprat­tutto spigole e anguille) e munite di zone più profonde ove il pesce può ripararsi da improvvise variazioni di temperatura. In alcune valli viene fornito in queste condizioni anche mangime artificiale per accelerare la crescita degli animali prima di rilasciarli  nei bacini aperti, ma anche per tenere maggiori quantità in minori spazi.

Le quantità di novellame da seminare in una laguna dipendono da diversi fattori tra i quali quelli legati al mercato (disponi­bilità di novellame) e alle caratteristiche ambientali. Un assen­za di bilanciamento tra specie e quantità seminate e/o un ec­cessivo carico sullo stock ittico possono causare una caduta dei rendimenti. Riguardo le quantità seminate non esistono regole precise cui fare riferimento: ogni laguna o valle ha caratteris­tiche ecologiche ed ambientali ben precise che bisogna tener ben presenti nel momento della semina.

Parte del novellame di mugilidi (le specie meno costose e di scarso valore commerciale), ma soprattutto specie quali granchi, latterini, ecc., vengono immessi direttamente nella laguna o in valle per creare le riserve alimentari necessarie all'accresci­mento di specie quali la spigola.

Il tasso di sopravvivenza può essere calcolato direttamente solo per l'orata in quanto questa specie pregiata  viene contata individualmente sia durante la semina che durante le catture. Inoltre il suo breve ciclo vitale (circa 20 mesi, con un solo inverno in valle) da la possibilità agli allevatori di eseguire regolari controlli. Il tasso di sopravvivenza per questa specie  sembra perciò essere del 50-80 %, salvo inverni molto severi.

Per quelle specie le cui quantità seminate non sono conosci­ute esattamente (mugilidi) o che hanno un ciclo vitale più lungo (spigola) il tasso di sopravvivenza viene calcolato in modo approssimativo comparando le quantità seminate e il prodotto raccolto per alcuni anni. Le specie a minore sopravvivenza, perché più predate soprattutto da parte di uccelli ittiofagi, spigole e anguille, risultano essere i mugilidi, con un tasso di sopravvivenza anche inferiore al 10 %. Anche la spigola sembra soffrire lo stress della cattura e del trasporto oltre che del fenomeno del cannibalismo, della predazione da uccelli ittiofagi e da anguille, con un tasso di sopravvivenza anche minore del 10 %. Il tasso di sopravvivenza per l'anguilla è proporzionale alla sua taglia alla semina : è stato calcolato (a Valle Nuova, Rossi e Papas, 1979) in meno del 2% per le ceche ; mediamente del 30% per i ragani con punte fino al 60%.

 

3.1.2.2  Metodi e gestione della pesca

Il metodo più frequentemente utilizzato per la cattura del pesce è quello di attirarlo nei canali principali (colauro) e catturarlo per mezzo del lavoriero, attivo in autunno ed inverno all'epoca della smontata (migrazione verso il mare) dei pesci. La smontata coinvolge fattori quali la maturazione sessuale (anguil­la, spigole, mugilidi), la riduzione termica invernale (le orate, rimontate in primavera, dopo meno di 10 mesi di permanenza in laguna tendono a postarsi verso le acque marine, più calde).

Un metodo complementare,  solo raramente usato nelle Valli del nord Adriatico, prevede l'uso di sciabiche e tramagli per la cattura del pesce bianco e di bertovelli per le anguille. L'uso di reti è necessario (e può fornire fino al 40 % del prodotto) quando la valle è molto grande  con aree al di sopra del livello di marea e con fondo irregolare che può ostacolare la propaga­zione dell'attrazione causata dall'ingresso di acqua di mare. Anche all'interno della valle può essere necessario usare altri attrezzi da pesca quando il tempo è particolarmente mite: questo pospone l'inizio della migrazione del pesce dalla valle, provo­cando gravi rischi in caso di una brusca diminuzione della temperatura.

Il primo lavoriero era realizzato in canna e la camera di cattura era quadrata o circolare. Successivamente, in considerazione della resistenza offerta all'acqua da questa forma, la struttura della camera venne modificata a forma di punta di freccia (o a V) o di cuore.

Le dimensioni della camera di cattura erano ovviamente limitate, rendendo necessario sistemare due o quattro pareti di canne anteriormente alla prima, anche queste convergenti e aperte all'apice per evitare la fuga del pesce nel caso che la camera fosse già piena di prede.

Miglioramenti successivi hanno previsto la separazione delle diverse specie e taglie, soprattutto per anguilla e mugilidi, al fine di evitare di fare questo lavoro a fine pesca. L'innovazione consistette nel sistemare un'altra camera anteriormente alla prima. Questa veniva realizzata con canne più rade per permettere alle anguille di passare, fermando le altre specie.

Visto il successo di questa struttura, chiamata "baldresca" nel lavoriero tipico, produsse buoni effetti, altre due camere laterali ("otele") vennero incorporate per cercare di catturare il pesce che cercava di tornare indietro dopo essere uscito dalla camera finale.

Questi sono i passi fondamentali nell'evoluzione di quello che è oggi chiamato il lavoriero a Comacchio; esso ha avuto tale forma sin dal XV e XVI secolo. All'inizio del secolo, venne suggerita la creazione  di un nuovo tipo di attrezzo da pesca dove gli sbarramenti non erano realizzati in materiali vegetali ma da griglie di metallo di 4 mm, sorrette da telai. Comunque il disegno generico del lavoriero non venne cambiato. Verso il 1930 lo specialista italiano G. Bullo realizzò un progetto per la cos­truzione dei lavorieri del tipo nord Adriatico nelle lagune della costa tirrenica (Monaci e Fogliano). Questo progetto segnò un considerevole passo avanti nell'uso di nuovi materiali in quanto il nuovo lavoriero fu realizzato con pilastri in cemento che portano griglie di metallo movibili.

Il lavoriero tradizionale usato nelle valli ha il seguente funzionamento: attraverso le paratoie alla foce del canale, è possibile regolare il flusso di acqua verso la valle per attrarre il pesce. Una prima barriera di sicurezza può anche catturare pesci e una seconda, realizzata con una griglia sottile che trattiene le anguille, permette ad esse di tornare indietro più facilmente che non altre specie. Nella parte centrale del congeg­no ci sono quelle barriere che rendono possibile la maggior parte delle catture. Questi sono i reali attrezzi da pesca che lavorano sia durante la marea entrante  che durante la bassa marea, quando l'acqua fuoriesce dalla valle. Infine, una porta separa il lavo­riero dalla valle  e  un altro lavoriero impedisce al pesce di andare verso il mare quando, durante il periodo che non si pesca, viene attivato il flusso di acqua dalla laguna al mare.

L'originario disegno a 'V' può essere modificato  grazie alla presenza di griglie di metallo che permettono un miglior flusso dell'acqua. Negli attrezzi moderni il numero di barriere può a volte essere ridotto, per esempio creando strutture partic­olari che possono sia trattenere il pesce nelle valli durante l'apertura del canale sia catturare il pesce quando la marea è bassa.

L'intero disegno può anche essere ridotto concentrando le funzioni della prima barriera in una singola struttura a 'V' e usando le altre due barriere per controllare il pesce durante le operazioni di apertura e per le catture durante la bassa marea.

Il lavoriero nella pesca in laguna  ha due forme base. La prima è provvista di due bocche per la rimonta del novellame e una bocca per la cattura del pesce adulto. La seconda può cattu­rare il pesce adulto  sia in rimonta che in discesa. Il pesce proviene dal mare attraverso le bocche e entra nello spazio tra le bocche mentre la maglia più stretta della seconda barriera permette solo ai giovanili di raggiungere la laguna.

Durante la migrazione verso il mare, il pesce nuota nello spazio tra le bocche e continua durante il flusso di marea ad essere catturato nella barriere seguente. Essi possono essere catturati anche attraverso altri attrezzi da pesca nello spazio tra le bocche.

L'uso di nuovi materiali quali il cemento e il metallo ha fatto sì che il disegno del lavoriero evolvesse gradualmente, così che  esso può essere sistemato di traverso nel canale per assicurare il miglior idrodinamismo.

L'attrezzo utilizzato a S'Ena Arrubia, in Sardegna, ad es. è provvisto di sole due serie di piccoli piloni in cemento. Con il cambiamento della sistemazione delle griglie, il funzionamento del lavoriero varia, facilitando la rimonta in laguna o catturan­do il pesce durante la discesa a mare.

 

3.1.2.3 Condizioni e strutture necessarie all'allevamento estensivo

Volendo esportare l'esperienza Italiana in altre aree mediterranee, bisogna avere presente che gli elementi che influiscono sulla produttività di un ambiente lagunare, e di una valle salsa in particolare, sono: l'acqua marina, la temperatura, l'evapora­zione, le maree, l'acqua dolce, la montata o la semina del pesce novello, il fondo della laguna.

Il grado di salinità dell'acqua influenza in maniera decisi­va il popolamento ittico e le possibili destinazioni di una laguna (mitilicoltura, ecc.). La salinità (con una media del 35 per mille nelle acque lagunari) può  variare moltissimo da una laguna all'altra in base alla posizione geografica, ai collega­menti con il mare, agli apporti di acque dolci, alle condizioni atmosferiche, oscillando da pochissimi grammi per litro (lagune con scarso ricambio con il mare, forti apporti dall'entroterra e nel periodo invernale delle piogge) sino a 40-50 per mille (periodo estivo con forti evaporazioni e scarsi apporti di acque dolci).

I pesci che frequentano le lagune, come già detto si tratta per lo più di specie che si riproducono solamente in mare,  hanno limiti di tolleranza ampi, ma ben determinabili. Poco tolleranti sono Liza aurata e l'orata (24 - 40 per mille), mentre più tol­leranti verso le acque dolci risultano essere Dicentrarchus labrax, Liza ramada e Mugil cephalus (4 - 45 per mille). L. saliens (15 - 45 per mille) e M. cephalus sono in particolare ben tolleranti anche di elevate salinità. L'anguilla è invece indif­ferente sia alle dolci che a quelle marine.

Altro parametro particolarmente delicato soprattutto negli ambienti vallivi è la temperatura. Nei mesi estivi, soprattutto nelle porzioni meno profonde, l'acqua può raggiungere temperature anche notevoli, costringendo il pesce ad abbandonare quei luoghi (a temperature di circa 27°C la maggior parte delle specie mostra segni di sofferenza). Anche il periodo invernale provoca fughe di pesce dalla valle a causa delle basse temperature dell­'acqua. Nel caso di gelate si assiste a moria delle specie più delicate.

L'importanza degli apporti di acque dolci è già stata ricor­data a proposito dell'azione di richiamo che essa esercita sul pesce novello in rimonta. La qualità di queste acque, in genere proveniente da canali di bonifica, terreni agricoli o scarichi urbani, più raramente da sorgenti naturali, è in grado di condi­zionare il livello trofico della laguna e quindi il rischio di morie dovute a crisi distrofiche.

Anche altre caratteristiche chimico-fisiche dell'acqua risultano estremamente instabili (pH, ossigeno, ecc.) in questi ambienti, essendo legati all'andamento delle condizioni metereo­logiche  e agli apporti esterni (acque dolci e ricambio con il mare).

Le caratteristiche qualitative dell'acqua in una laguna dipendono quindi per lo più dalla tempestività ed efficienza del ricambio idrico, legato a sua volta a numerosi fattori quali la conformazione della laguna e la sua ubicazione, la qualità e quantità delle acque prelevate, l'esperienza del personale adibi­to alle manovre di apertura e chiusura delle chiaviche. In alcuni casi, soprattutto in molte valli della laguna di Venezia, si è costretti a riciclare l'acqua interna mediante movimento e sbat­timento forzato, con l'ausilio di idrovore

Alla natura e composizione dei fondali è legata la produttività delle stesse lagune sia in termini qualitativi che quantita­tivi, dato che da esso può dipendere il diverso grado di insedia­mento e di adattabilità di alcune specie ittiche e del tipo di popolamento bentonico, soprattutto fitobentonico. I fondali delle lagune presentano caratteristiche differenti nelle diverse zone di una laguna, con una zona con sedimento limoso in prossimità degli sbocchi di acque dolci, sedimento sabbioso in prossimità delle foci con tutti i passaggi intermedi.

Le diverse specie ittiche preferiscono fondali diversi secondo le proprie abitudini: l'anguilla preferisce substrati argillosi e plastici a quelli sabbiosi, i cefali, a seconda della struttura della bocca e quindi alle differenti abitudini alimentari, si adattano meglio ad alcuni substrati che non ad altri.

Una delle differenze principali tra valle e laguna costiera risiede nelle diverse caratteristiche morfologiche funzionali dei diversi specchi d'acqua, e dei loro cambiamenti legati alla gestione piscicola.

1. Le principali strutture di una valle da pesca  sono le arginature, le paratoie, le canalizzazioni interne, i bacini di raccolta e svernamento del pesce, i lavorieri, già precedente­mente  descritti.

Le arginature. La valle, stagionalmente chiusa da canne e fibre vegetali (serraglia) e quella parzialmente arginata (semiarginate), rappresentano due stadi successivi di un unico processo evolutivo che con il tempo ha portato all'isolamento permanente della laguna e alla realizzazione della valle arginata.

Le arginature, realizzate in terra, sono rinforzate con pietre alla loro base, specialmente lungo il settore esterno, più esposto all'erosione del vento e del mare. L'impianto di vegeta­zione dà loro una maggiore consistenza.  Quando possibile, esse vengono costruite abbastanza grandi da permettere l'uso di veico­li o mezzi meccanici. La loro altezza dipende dall'ampiezza di marea: nella laguna di Venezia esse sono alte in media tra i 2 e i 2.5 m dal livello medio del mare.

Le Paratoie (chiaviche). Le arginature sono interrotte in alcuni punti da aperture attraverso le quali è possibile lo scambio di acqua tra la valle e il mare e/o la laguna e, se disponibile, con sorgenti di acqua dolce. Questo scambio viene controllato per mezzo delle paratoie, manovrate secondo le necessità della valle e/o in base alle caratteristiche qualitative della laguna e/o delle acque del mare. Il numero di paratoie, e in particolare le loro dimensioni, sono proporzionali  all'estensione della valle, ma anche alla loro dislocazione all'interno della valle, alla conformazione di quest'ultima, alla velocità e portata degli scambi di acqua. Normalmente, ci sono  2 o 4 paratoie verso il mare o la parte esterna della laguna, ognuna con diverse aperture larghe da 40 a 200 cm. La paratoia principale è  situata, all'in­terno, a livello del bacino di raccolta del pesce e, all'esterno, nel punto più favorevole per l'ingresso dell'acqua di mare. La sua apertura utile , tra i 2 e i 50 m, è molto più grande di quella delle antiche paratoie. Una delle paratoie è destinata al settore della valle utilizzata per lo svernamento del pesce.

Le Canalizzazioni. La valle è normalmente suddivisa in bacini, grazie alla presenza di ampie aree emerse, e   questi comunicano tra di loro attraverso canali. Questa suddivisione è parzialmente dovuta alla configurazione dell'area, ma, spesso, essa è il risultato dell'azione dell'uomo mirata a migliorare la gestione della valle. I canali interni permettono il movimento e la circolazione dell'acqua e anche il movimento e la protezione del pesce.

Una fossa circondariale, larga da 3 a 6 m e profonda da 2 a 3 m, corre parallela agli argini, all'interno del perimetro della valle. Oltre all'ovvio ruolo idraulico, essa spesso offre rifu­gio al pesce durante la cattiva stagione invernale (p. es. gelo).

Altri canali corrono sul fondo del bacino, confluendo in un canale principale (1.5 - 2 m sotto il livello della valle), e connettono i vari bacini con il bacino di raccolta, dietro la paratoia principale. La presenza dei canali è essenziale per la regolazione idraulica della valle e, durante l'autunno, essi permettono la gestione della pesca: prima con la propagazione del richiamo rappresentato dalla nuova acqua di mare fino ai punti più distanti e, più tardi, quando i bacini sono svuotati e parzi­almente dragati, con l'azione di far convergere il pesce verso il lavoriero.

Vicino alle aree emerse sono tipicamente presenti anche dei veri buchi (gorghi) che raggiungono fino a 4 m di profondità, di 5 o 6 m di diametro, in comunicazione con gli altri bacini: in questi buchi il pesce può trovare rifugio dagli improvvisi sbalzi di temperatura, specialmente in inverno.

La disponibilità di acqua dolce è fondamentale ai fini dell'allevamento sia in estate, per regolare la temperatura e la salinità nel bacino sia  in inverno per un minimo di scambi di acqua e per permettere la formazioni di un sottile strato di ghiaccio che mantenga più alta la temperatura sul fondo. Se l'ingresso di acqua dolce non è disponibile in superficie, in alcuni casi vengono utilizzati pozzi artesiani. Spesso però questi sono insufficienti sia come quantità che qualità di acqua (possono contenere quantità di ammoniaca, ferro, ecc.), anche  se  hanno il vantaggio di avere una temperatura costante tra 18 e 20° C.

I Bacini di raccolta e di svernamento. Il  bacino di raccol­ta dei pesci  (colauro) è il canale posto di fronte alla paratoia principale  nel  quale il pesce entra in autunno in risposta al  richiamo esercitato dalla nuova acqua entrante in  laguna. Qui il pesce viene  catturato, suddiviso per specie e dimensioni e quindi, a secondo della taglia, venduto o messo nelle vasche di svernamento. A fianco  di questo  canale ci sono la casa di pesca, i magazzini e le  altre infrastrutture della valle. Il colauro ha mura in cemento che possono raggiungere  i 50 cm sul livello dell'acqua. Le sue misure dipendono  dalle dimensioni della valle; esso può superare i 100 in lunghezza e  15 m in larghezza.

Vicino al bacino di raccolta del pesce, ci sono delle aree (peschiere), usate per la conservazione del pesce catturato, per lo svernamento degli individui sotto-taglia  e per la semina di novellame acquistato in primavera.

Strutture varie. Tutte le valli sono dotate di una serie di fabbricati, in legno o in muratura, ad uso abitativo (casone di pesca e di caccia), per l'ormeggio dei natanti (cavane) e per  il ricovero delle attrezzature e dei mezzi meccanici (magazzini, garage).

Tra gli strumenti necessari  a soddisfare le normali esi­genze di una valle ritroviamo barche, a remi o  motore, conteni­tori in legno o vimini per la conservazione delle anguille, mezzi meccanici quali furgoni (per il trasporto dei prodotti ittici sui mercati) ed escavatori su natanti o ruote (per i normali lavori di manutenzione). Recentemente è entrato in  alcune  valli  o  lagune l'uso di idrocoltivatori o barche diserbatrici per il controllo della popolazione algale.

 

2. A parte le valli del Nord Adriatico, per le lagune costiere, anche se è impossibile fare delle generalizzazioni a causa della grande varietà di condizioni, possiamo evidenziare alcune caratteristiche comuni: le variazioni delle maree sono più limi­tate rispetto all'Alto Adriatico e gli apporti dei fiumi meno consistenti, così che le specie più tipicamente marine sono ridotte. Spesso gli apporti di acque dolci di una laguna costiera sono costituiti solamente da canali di bonifica, trovandosi queste lagune per la maggior parte in terreni di bonifica.

Nel caso più tradizionale la laguna costiera non è dotata di arginature, riceve acque dolci dall'entroterra senza un sistema di controllo idraulico e ha una o due foci a mare, senza sistemi di difesa contro l'insabbiamento. La foce non ha lavorieri e spesso neanche metodi  di  controllo  sul flusso di acqua. Queste lagune vengono spesso usate come bacini di pompaggio per rimuo­vere acqua dai circostanti terreni bonificati a fini agricoli. Molte di queste lagune, ed in particolare quelle senza arginature e con scarsa circolazione delle acque, sono soggetti a all'accu­mulo di sabbia dall'esterno. In queste condizioni non c'è possi­bilità di controllo o di gestione delle risorse ittiche se non la semplice attività di pesca. Esempi di tali lagune nell'area tirrenica sono Burano, Fondi e Lungo.

Il primo passo verso una gestione attiva delle risorse ittiche è rappresentato dalla presenza di lavorieri nei canali di comunicazione con il mare. Questi, anche se come principio sono simili a quelli utilizzati nelle lagune dell'Adriatico, hanno differenti caratteristiche funzionali. Essi infatti non sono il solo attrezzo di cattura, come nelle valli, a causa delle diffi­coltà nella gestione idraulica provocate dai bassi livelli di marea e dagli apporti di acque dolci, difficilmente gestibili. La loro funzione è quella di prevenire la fuga verso il mare del pesce e permetterne la parziale cattura, così come di favorire l'ingresso del novellame dal mare.

Una laguna ben strutturata dovrebbe quindi curare in particolare: a) la morfologia dei fondali; b) le canalizzazioni (sia per quanto riguarda gli apporti dal mare che dalle acque dolci); c) paratoie per il controllo dei flussi d'acqua nei canali; d) lavorieri; e) sistemi di supporto per favorire gli scambi d'acqua (pompe).

Nella maggior parte delle lagune costiere è fondamentale il mantenimento di una certa profondità dei fondali mediante dragaggio per prevenirne l'insabbiamento. Altrettanto importante è la presenza di fosse interne, sia radialmente che circolarmente, per favorire la circolazione delle acque. Altri canali necessari al fine di evitare gli apporti di sedimenti dai terreni circostanti sono quelli esterni, paralleli agli argini. Importante è il ruolo delle arginature al fine di consolidare la linea di costa e isolare l'intera laguna. I canali arginati (sia quelli per le acque dolci che quelli per le acque marine) devono essere munite di paratoie per il controllo del flusso di acqua.

 

3.2 Allevamento semi-intensivo

Il metodo di allevamento tradizionale si basa su cicli integralmente sostenuti dalla produttività ambientale (estensivo). Recentemente, con l'introduzione dell'uso di mangimi artificiali, all'estensivo si sono affiancati altri metodi di allevamento, ognuno con tecniche diverse di impiego di questi mangimi: dal pre-ingrasso (alimentazione di quella parte di novel­lame immesso in vasche o laghetti naturali o artificiali limitata ai primi periodi di vita dell'animale) al semintensivo (alimenta­zione di alcune specie fino allo svernamento e quindi al primo anno di vita) all'intensivo (alimentazione di alcune specie durante l'intero ciclo produttivo). 

L'allevamento semiintensivo si attua in bacini sottoposti a vari interventi (fertilizzazioni, prosciugamento, erpicatura, ecc.) al fine di aumentarne la produttività naturale.

Recentemente le tradizionali forme di nursery e svernamento sono state integrate con tecnologia più avanzate che prevedono l'uso di bacini riscaldati e forme di pre-ingrasso di tipo inten­sivo per i mugilidi e l'orata, ottenendo una sopravvivenza media del 75.6 % per gli individui catturati nel loro habitat. Gli individui così pre-ingrassati vengono seminati in grandi bacini lagunari o impiegati nell'intensivo. In questo modo si ottengono attualmente più elevati tassi di sopravvivenza anche se la buona capacità di adattamento e crescita dell'orata seminata diretta­mente in grandi bacini non incoraggia l'uso esteso di questo pre-ingrasso in considerazione degli elevati costi che questo implica.

Anche il gambero giapponese (Penaeus japonicus) ed il P. monodon sono sperimentalmente allevati in semi-intensivo (p. es. in Valle Smarlacca presso Comacchio), ma non sembra che le con­dizioni ambientali (p. es. la temperatura) consentano rese pro­duttive paragonabili con quelle dei paesi d'origine.

Inoltre, la pratica della fertilizzazione in ambienti già di per sè altamente produttivi, ha creato notevoli difficoltà per il controllo dell'ossigeno, ed in alcuni casi ha dato origine a fenomeni puntiformi di eutrofizzazione.

 

3.3. Allevamento intensivo

Nell'allevamento intensivo l'alimentazione è assicurata esclusivamente da fonti esterne al fine di liberare la produzione dalle limitazioni imposte dai cicli biologici naturali.

Gli impianti di allevamento di tipo intensivo necessitano di apposite strutture in base alle specie che si intendono allevare e, per la stessa specie, in base al grado di produttività che si vuole raggiungere  e alle condizioni dell'acqua e climatiche di cui si necessita.

Le strutture di base, necessarie in un impianto di acquacoltura di tipo intensivo sono: (1) strutture di contenimento dei volumi di acqua nell'impianto (le pareti e il fondo delle vasche o dei bacini); (2) strutture di servizio per l'acqua, connesse all'ottenimento, distribuzione e scarico dell'acqua (pompaggio); (3) strutture di supporto ambientale, ad es. per l'ossigenazione dell'acqua; (4) strutture di servizio generale come magazzini, macchine operatrici, officina, ecc.

Un ulteriore gruppo di strutture raggruppa quelle di emergenza, non indispensabili  ma necessarie per ridurre i rischi nell'allevamento  e aumentare la produzione in funzione del numero di addetti impiegati: quelle per il controllo in automati­co soprattutto del ricambio, quelle per la pulizia, l'alimentazione, ecc.

Gli alti investimenti richiesti per la realizzazione di questi impianti specializzati avranno poca ripercussione sul prodotto finale se l'allevamento si mantiene su produzioni ele­vate. Lo scopo è, quindi, quello di produrre la maggior quantità possibile di pesce nel minore spazio e l'allevamento sarà più redditizio ed efficiente quanto più è alta la sua produzione rispetto allo spazio e alle condizioni di base (qualità dell'ac­qua, clima, ecc.), e al progetto tecnico dell'impianto.

I migliori risultati sono ottenuti oggi in impianti di allevamento dell'anguilla, l'orata e la spigola. Le rese vanno da 5-20 kg/mq/anno per gli impianti più semplici, 50-100 kg/mq/anno per quelli più specializzati.

Prima per la spigola, e recentemente per l'orata, attraverso la riproduzione artificiale controllata e condizionata è possi­bile ottenere uova, e quindi larve, per un periodo molto lungo, almeno dalla prima metà di novembre fino alla prima decina di marzo.

Dalla deposizione, dopo circa 40 giorni sono disponibili individui di 1.5-2 cm di lunghezza, mantenuti in bacini con acqua corrente, da cui sono trasferiti in un altro settore ove rimango­no fin al raggiungimento della taglia  di 5-6 cm (1 g). Da qui sono poi di nuovo trasferiti in un altro settore ove rimarranno fino al raggiungimento della taglia commerciale (400 g). La durata di questa fase dipende dalla temperatura dell'acqua: a temperature di 22°C l'intero ciclo può durare anche solo 16 mesi.

Agli inizi degli anni settanta, sulla base di risultati ottenuti in altri Paesi, e su scala sperimentale anche in Italia, si è pensato che l'acquacoltura intensiva applicata negli ambien­ti vallivi potesse risolvere i problemi di questi ultimi. In realtà l'intensivo divenne subito entità autonoma di produzione gestita con criteri industriali e all'estensivo venne riconosciuto solo il valore naturalistico senza un reale interesse dal punto di vista produttivo. Questa impostazione ha subito mostrato i suoi limiti: l'intensivo, mancando di tecnologia consolidata, non ha mantenuto subito le promesse; l'estensivo, in cui l'equi­librio dei parametri chimico-fisici e biologici è a rischio, ha subito presentato il conto di un progressivo degrado. Un caso emblematico in questo senso è quello delle Valli di Comacchio. In esse, un impianto intensivo per la produzione di circa 100 ton/anno di anguille usava l'acqua di laguna (1-2.5 m3/s) per poi scaricarla in altra parte della stessa laguna. L'analisi parallela dell'acqua di carico e scarico indicava per quest'ulti­ma un arricchimento medio per m3 di 10 mg di Si-SiO4, 20 mg di P-PO43- e  170 mg di azoto, soprattutto ammoniacale. Il primo effetto di questo massiccio rilascio di nutrienti fu il proliferare di alghe, soprattutto Ulva rigida; successivamente esse vennero rimpiazzate da fitoplancton (soprattutto Diatomee), con picchi di clorofilla-a superiori a 150 mg/m3 in primavera ed in estate. Ne seguirono imponenti crisi di anossia, con estesa mortalità a carico della fauna bentonica e ittica.

Alla luce delle esperienze fatte, oggi la vallicoltura, ma più in generale l'estensivo in zone umide, riprende tutta la sua importanza: non solo per la produzione, ma anche per la conservazione attiva dell'ambiente. Per lo meno in Italia, ci sono però da superare i problemi relativi ad una normativa per gli inter­venti, dal momento che la maggior parte di questi territori sono soggetti a molti vincoli ambientali, derivati fra l'altro dalla convenzione di Ramsar. Tali vincoli pongono l'operatore di fronte ad una pluralità di enti pubblici, titolari di competenze non sempre chiaramente definite: le valutazioni hanno un ampio mar­gine di soggettività e rischiano una forte disomogeneità nella applicazione della legge. In definitiva è estremamente difficile ottenere le autorizzazioni ad opere che potenzino e valorizzino le aree di allevamento.

In sintesi, la possibilità di un allevamento intensivo in aree lagunari si scontra con il fatto che l'acquacoltura intensi­va marina inquina: rilascia grosse quantità di nutrienti, aumenta la carica batterica, riduce la percentuale di saturazione dell­'ossigeno, produce blooms algali, e aumenta la torbidità per materiale in sospensione. Inoltre, l'acquacoltura intensiva marina è un rischio, perchè introduce specie esotiche, nuove malattie che compromettono la fauna autoctona. In questi ultimi anni si sono tentate iniziative, per lo più a livello sperimen­tale, per allargare la gamma dei prodotti ittici e individuare quindi nuovi fonti di reddito utilizzando, ad esempio,  la mazzancolla (gambero giapponese, Penaeus japonicus), specie comple­tamente allevabile con metodiche artificiali. Il gambero giappo­nese è stato allevato in estensivo in alcune lagune (Lesina e Valli Venete). L'esperienza in estensivo non è stata particolar­mente brillante, per cui oggi non si ha notizia di un prosegui­mento di tale pratica.

 

3.4  La molluschicoltura

Una forma tradizionale di allevamento italiana è la molluschicoltura. Essa viene  svolta prevalentemente in zone marine riparate, ma anche e con buoni risultati nelle baie cos­tiere utilizzando corde flottanti (libani) o pali immersi nell'acqua. La specie allevata è il il mitilo (Mytilus galloprovin­cialis).

Si tratta di una semi-coltura in quanto le pratiche  di allevamento vengono iniziate dopo il periodo di riproduzione naturale della specie allevata, tramite raccolta diretta dei piccoli mitili (novellame o seme).

In ambiente lagunare i maggiori allevamenti italiani sono situati (1) nella laguna di Venezia (Chioggia, circa 30000 ton/anno); (2) nel Mar Piccolo di Taranto (circa 30000 ton/anno) e (3) nel Delta del Po, nelle sacche di Scardovari e Goro (circa 4000 ton/anno): in entrambi i casi gli impianti sono localizzati principalmente lungo i canali, e utilizzano calze di rete flottanti. Il giovani mitili (2 mm) vengono raccolti in primavera da vari substrati rocciosi e immessi in "calze" (lunghe borse di rete in nylon con maglia variabile da 2 a 6 mm secondo la taglia dei mitili) sospese a corde sostenute da pali in legno infissi nel substrato. La taglia commerciale viene in genere raggiunta la primavera o l'estate successiva. Durante il periodo di coltura i mitili vengono regolarmente portati all'asciutto e ripuliti dal fouling.

Nel delta del fiume Po, dove sui bassi fondali fangosi si ritrovano banchi naturali di mitili, si attua anche la raccolta dei mitili mediante un particolare tipo di rete a strascico.

La crescita dei mitili è veloce: dopo 14.5 mesi dall'inse­diamento viene raggiunta la taglia commerciale di 50 mm. Il rendimento totale annuale varia tra 6 e 11 kg/mq in peso totale fresco. Tenuta presente la crescita e la sopravvivenza, le rese di mitili in coltura è cinque volte superiore a quella dei mitili da banchi naturali.

Tra le altre lagune italiane,  la mitilicoltura viene svolta nel lago di Sabaudia (palificata di bricole in cemento poste su file parallele portanti le tese per i mitili, con acquisto di seme dall'esterno)  con una produzione annua nel periodo 1958-74 variabile tra 300 e 1.000 ton e Caprolace (ove viene svolta per lo più la stabulazione di molluschi di provenienza straniera). La molluschicoltura non viene più praticata invece per le cattive condizioni ambientali in cui si trovano i laghi, nel Miseno (produzione di mitili pari a circa 100 ton/anno nel periodo 1966-67 e di vongole pari a circa 0.4 ton/anno) e nel Fusaro (mitilicoltura non più praticata dal 1973, in coincidenza con l'epidemia di colera, ma con produzioni pari a 400 ton/anno fino al 1964 e produzioni medie di vongole pari a 8 ton/anno).

In anni recentissimi, nel Delta del Po si è stata seminata la vongola verace filippina (Tapes philippinarum): essa ha dato origine ad estesi banchi sfruttati con draga a mano. Dopo le prime semine, la specie è stata in grado di riprodursi autonoma­mente. Il suo tasso di crescita è maggiore di quello della specie autoctona (Tapes decussatus), potendo raggiungere la dimensione di 40 mm in 18-20 mesi. Nel 1995 ne sono state raccolte non meno di 33000 ton. Sulla possibilità di un definitivo insediamen­to in valle non esistono dati a disposizione, nel senso che le numerose prove fatte indicano una notevole difficoltà della specie ad accrescersi in mancanza di un efficiente idrodinamismo.

 

 

4. GENERALIZZAZIONE DEI RISULTATI DELL'ANALISI E DELLA VALUTA­ZIONE SUI CASI SIGNIFICATIVI DELLA ESPERIENZA DI GESTIONE DI LAGUNE COSTIERE ITALIANE

In base a quanto discusso nei Paragrafi 2 (Pesca) e 3 (Acquacoltura) nel presente paragrafo si presenteranno alcune considerazioni, volte a generalizzare alla maggior parte delle lagune costiere mediterranee, pur nell'eterogeneità climatica ed ecologica dei vari ambienti, ciò che di positivo sembra essere emerso.

 

4.1 Compatibilità dei modelli di acquacoltura e di gestione della pesca con il punto di vista ambientale

Ogni ipotesi gestionale in ambienti lagunari potenzialmente o tradizionalmente idonei ad uno sfruttamento economico delle risorse acquatiche, non può prescindere nella realtà mediterranea dal considerare il complesso contesto naturalistico, culturale ed antropico che questi ambienti sempre racchiudono.

Una tra le prime considerazioni che emergono è che le lagune salmastre non possono essere lasciate a se stesse in un'ottica arcaica do conservazionismo passivo: in mancanza di specifici interventi, questi ambienti, ormai profondamente inseriti, per buona parte, in una realtà fortemente ed irreversibilmente antro­pizzata, sono destinati ad un'estinzione senza alternative. Un secondo punto focale è che  le finalità produttive possono essere oggi le migliori alleate in un'ottica di gestione naturalistica di tali ambienti. Infatti la scoperta del valore naturalistico di questi sistemi è relativamente recente se confrontata con gli aspetti produttivi. Ciò implica che molti ambienti salmastri hanno iniziato ad essere modificati in tempi remoti in funzione  delle necessità di pesca.

Gli ambienti così modificati necessitano di un controllo attivo in quanto alla loro instabilità naturale si aggiungono le modificazioni apportate per la gestione della pesca (canali, paratoie, ecc.). Inoltre il deteriorarsi delle condizioni ambien­tali circostanti in tempi recenti (urbanizzazione o più in generale l'antropizzazione degli ultimi 30-40 anni), ha aumentato le esigenze di controllo accurato dello stato ambientale per i maggiori rischi di inquinamento con crisi distrofiche e quindi anossie e morie.

In queste condizioni la gestione produttiva e quindi attiva degli ambienti salmastri rimane la migliore garanzia di controllo ambientale in quanto nessuna produzione significativa può realizzarsi in condizioni ambientali degradate. Infatti una laguna mal gestita o abbandonata è normalmente una laguna con bassa produ­zione e allo stesso tempo un ambiente con uno scarso numero di specie e quindi uno scarso interesse naturalistico.

Ugualmente importante è il vantaggio derivante dalla prote­zione di questi ambienti alle produzioni lagunari stesse. Infatti soltanto grazie all'esistenza di rigidi vincoli protezionistici è possibile il mantenimento di attività,  quali la pesca, che sono marginali o economicamente scarsamente competitive se confrontate con altre forme di uso del territorio (turismo, agricoltura, ecc.).

Tutto ciò evidenzia il duplice vantaggio che un modello di gestione integrato tra produzione e conservazione può derivare ad entrambi i settori, rafforzando singole condizioni altrimenti critiche da un punto di vista gestionale per scarso interesse socio-economico e culturale.

 

4.2 Conservazione delle migliori caratteristiche ecologiche dell­'ecosistema lagunare

E' stato più volte ribadito che le lagune sono una struttura dinamica che tende naturalmente all'impaludamento e che quindi per il loro mantenimento sono strettamente legate alla manipolazione umana per ciò che riguarda la forma, l'ampiezza e l'idrografia generale. L'intervento antropico può riguardare solo il regime idraulico (è il caso  di Venezia, per difesa dalla acqua alta) o anche o solo la pesca/acquacoltura.

Il problema delle lagune è essenzialmente un problema di gestione idraulica, volto a favorire da una parte la propagazione controllata della marea e dall'altra la captazione controllata dell'acqua dolce. Gli assetti ecologici e produttivi di una laguna rispecchiano quindi il tipo di schema e di gestione idraulica dei bacini, che non sempre è progettato ai fini della produzione piscicola. Ma tolti pochi casi di interventi per difesa ambientale (p. es. Venezia) gli interventi hanno avuto di solito lo scopo di adeguare l'ambiente allo sfruttamento della risorsa ittica/ornitica (pesca e caccia). Di conseguenza, come anche molti altri esempi europei dimostrano, un sistema idraulico efficiente per la pesca e/o l'acquacoltura favorirà anche l'insediamento di una idonea comunità flori-faunistica, uccelli compresi.

Per il mantenimento di adeguate condizioni ecologiche, il primo problema è l'officiosità dei canali di collegamento al mare. L'esempio delle valli di Comacchio, di Porto Pino in Sar­degna, di Orbetello ed altri, dimostrano chiaramente che una gestione della laguna non si può fare se contemporaneamente non si ha la possibilità di gestire anche i canali di collegamento. I problemi sono idraulici (interramento, aperture/chiusure non in funzione dei problemi di salinità e temperatura della valle), ma anche biologici (problemi di rimonta del pesce novello e di cattura degli adulti). Numerosi esempi, soprattutto degli stagni sardi mostrano d'altra parte che la costruzione di opere di difesa delle imboccature dei canali, per evitare l'interramento spesso ha causato fenomeni di erosione della costa. Un esempio in laguna di Venezia è stato lo scavo di grandi canali sublagunari per il transito delle grosse navi da carico con conseguente maggiore impatto dell'onda di marea sulle strutture fisse (anche qui erosione). Viceversa, come mostra l'esempio della Sacca di Scardovari, esigenze di protezione della costa dalla erosione marina hanno avuto come risultato di impedire la libera propagazione della marea: ne è derivata una maggiore pericolosità delle crisi anossiche e la creazione di aree di laguna ad acqua morta, con perdita della risorsa ittica.

Il problema è quindi quello di un corretto bilanciamento delle esigenze produttive, da una parte, e di protezione, dall­'altra: problema che non è risolvibile nella sola ottica di un corretto bilancio costi/benefici in termini economici, ma deve tener conto anche di altri aspetti ambientali, per esempio quelli ecologici e paesaggistici.

In Italia la gestione idraulica è spesso sottratta al controllo dei produttori, anche se questi sono titolari di diritti legittimi. Questo vale anche purtroppo anche per le opere di manutenzione, ripristino e modificazione delle opere idrauliche primarie e secondarie, essendo queste responsabilità di Enti terzi: non sarà mai sufficientemente sottolineata, quindi, la necessità di un unico Gestore per tutte le attività che riguarda­no il corpo d'acqua. Molto complesso è anche il problema della gestione delle acque dolci che si versano in laguna. Si tratta per lo più di (1) acque provenienti dal dilavamento dei terreni insistenti sul bacino scolante, e spesso  messi a colture di tipo intensivo, e di (2) acque di origine antropica (scarichi urbani diretti, scarichi industriali, ecc.).  Queste acque finiscono per portare in laguna carichi eutrofizzanti  aggiuntivi a quelli normalmente recapitati dagli immissari. Lo stagno di S. Gilla (o di Cagliari, 1.497 ha), negli ultimi anni è stato gravemente degradato, a causa degli insediamenti industriali, degli scarichi urbani e della costruzione del porto canale, per cui la sua resa è divenuta irrisoria.  Il lago Miseno (40 ha) è improduttivo a partire dal 1973, essendo stata abbandonata ogni forma di sfruttamento dello specchio d'acqua. Prima di allora, quando gli effetti dell'antropizzazione non erano così marcati, la produzio­ne era buona, con rese medie di mitili di 1.000 q.li l'anno e ittica di 5 kg/ha/anno. Lo stagno di S. Gilla in Sardegna rappresenta un esempio di apporti di tipo industriale, mentre Miseno, così come S. Giusta e Monaci, rappresentano un chiaro esempio di come l'assenza di controllo degli apporti fognari in laguna e delle foci di collegamento a mare causino fenomeni di eutrofizza­zione e distrofie, con una situazione ambientale assolutamente incompatibile sia con le attività di pesca che con fini protezio­nistici.

Sempre legato al discorso della gestione degli scambi con il mare e degli apporti dall'entroterra è l'esempio dello stagno sardo di S'Ena Arrubia. In assenza di un sicuro e fisso collega­mento con il mare nello stagno prevalgono le acque dolci con conseguente  predominanza nel popolamento ittico di specie di acque dolci, con scarso interesse per la pesca.

L'esempio della laguna laziale di Monaci ci mostra come  con una corretta gestione idraulica e biologica a partire dal 1980-81 si sia potuta recuperare una condizione ambientale disastrosa (crisi distrofiche continue e conseguenti morie di pesce, bassa produzione ittica, scarsa presenza di avifauna), ristabilendo le condizioni ambientali ottimali per una elevata produzione ittica e per la sosta dell'avifauna ittiofaga; viceversa, con il nuovo cambio di gestione nel 1985-86, nell'ottica di una visione eccessivamente protezionistica, si sia potuto ritornare a situazioni di basse rese ittiche e scarsa presenza di avifauna.

In conclusione: l'esempio Italiano indica chiaramente che è necessaria una unicità di gestione del sistema idraulico della laguna, sia dell'acqua dolce che di quella salata: naturalmente le esigenze della gestione piscicola debbono essere confrontate con eventuali altre esigenze (p. es. quelle della protezione contro l'erosione), ma l'esperienza mostra con evidenza che non vi è obbligatoriamente un contrasto fra i vari obiettivi e che, al limite, quando la laguna è idraulicamente ben gestita a fini piscicoli anche gli altri obiettivi vengono raggiunti.

 

4.3.  Problema della gestione delle attività di pesca

Gli esempi di Fondi e, in parte, di Cabras dimostrano innan­zi tutto che tutte le volte che le lagune sono a libero accesso o in esse lo sfruttamento avviene in competizione fra diversi utenti il risultato è una situazione deleteria per l'ambiente e per la risorsa. Come conseguenza bisogna sottolineare che le lagune hanno necessità di una gestione attiva (pubblica, privata, ecc.) mirata ad un fine produttivo.

La gestione delle attività di pesca nelle lagune (modalità, attrezzi, ecc.) è strettamente legato al problema della gestione idraulica. Tra i punti più importanti in tal senso ricordiamo quelli legati alla rimonta naturale del novellame (in diminuzione in moltissime lagune europee a causa del peggioramento delle condizioni delle acque lagunari, dei limitati collegamenti con il mare, dello stato di intensa pesca cui esso è soggetto da parte dei novellanti professionisti, ecc.) e all'uso di attrezzi da pesca non idonei. A questo proposito ricordiamo l'esempio della laguna di Lesina dove si è in continuo stato di overfishing e si continuano ad usare reti con maglia da 6 mm.

Una lezione che viene dalla esperienza italiana è la neces­sità di un progressivo miglioramento delle tecnologie di lavoro.

Già si è detto del lavoriero, con il passaggio da quelli in canne a quelli in cemento armato,  con griglie di alluminio. Le reti sono passate da quelle in cotone a quelle di naylon (barracuda).

L'introduzione di macchine operatrici (ad es. per il diserbo, per la raccolta di alghe, per il trasporto;  l'uso  di barche a motore, di frigo, ecc. sono esempi di miglioramento delle con­dizioni di vita del pescatore. Per diretta conoscenza, sembra di poter dire che il basso livello tecnologico della gestione e degli impianti della maggior parte delle lagune greche e di alcune di quelle spagnole, sono alla base delle cattive condizio­ni ambientali di tali lagune e dei bassi rendimenti da pesca.

 

4. 4. Il tipo di acquacoltura

Con una generalizzazione forse un pò semplicistica, l'acquacoltura, oggi, viene divisa in estensiva, semintensiva ed inten­siva. Mentre la prima è condotta in ambienti naturali, e gli organismi oggetti di allevamento ricavano tutta la alimentazione dal pabulum naturalmente presente nell'ambiente, nell'ultima sia l'ambiente che l'alimentazione sono artificiali. Il semintensivo sfrutta l'ambiente naturale dopo eventuale arricchimento in sali nutritivi e prevede una qualche forma di integrazione alimentare dall'esterno.

Mentre appare chiaro che la forma estensiva e semintensiva dell'acquacoltura si inserisce naturalmente nella gestione delle lagune, il problema si pone con l'intensivo.

Negli anni 70 l'intensivo (con realizzazione di bacini e altre opere in cemento) è nato, almeno in Italia, per la crisi che in quegli anni attanagliava la vallicoltura (basse rese con un alto immobilizzo fondiario; crisi dell'anguillicoltura per le infezioni da Argulus giordanii; diminuzione per fattori diversi della rimonta naturale, ecc.) ed in qualche modo in antitesi al tipo di intervento naturale della vallicoltura. L'intensivo, come fabbrica del pesce, poteva nascere dovunque, senza riguardo a problemi, ad es. del costo della energia. In realtà gli impianti sono poi nati dove c'era acqua, e quindi dentro gli ambienti lagunari. L'esempio più eclatante è quello delle Valli di Comacchio, dove è sorta una anguillicoltura intensiva di circa 32 ha, che ricavava l'acqua da un tratto di Valle Campo (Valle Ussarola), e, dopo l'utilizzazione, ve la riscaricava. Nonostante che analisi chimiche delle acque di carico e scarico dall'impian­to intensivo mostrassero l'arricchimento in nutrienti causato dal passaggio nelle vasche dell'intensivo, si è perseguita la filoso­fia di utilizzare l'energia residua per aumentare le possibili rese di Valle Campo. Dopo 5/6 anni di tale pratica si sono potute fare le seguenti osservazioni:

1. Prima fase di imponente produzione macrofitica con conse­guenti problemi legati al degrado sul fondo di questa enorme biomassa (crisi distrofiche).

2. Seconda fase di scomparsa delle macrofite, anticipate da colossali blooms di microalghe e conseguenti kill-stages per il pesce.

3. Terza fase: formazione di un sedimento redox, scomparsa della macrofauna bentonica e scomparsa del pesce.

In conclusione, a prescindere dal fatto che l'intensivo ha comportato la necessità della costruzione di opere in cemento che poco si adattano alla naturalità delle lagune, sembra di poter affermare che al contrario dell'acquacoltura estensiva, quella intensiva può portare a conseguenze tali da scoraggiarne l'impianto nelle lagune costiere mediterranee.

 

4.5. Conseguenze di una visione solo protezionistica degli ambienti lagunari

La visione eccessivamente protezionistica di questi ultimi anni che vuole presentare gli  ambienti lagunari come ambienti salmastri naturali, da lasciare intatti, senza azione di prelievo e gestione della risorsa ittica, e quindi idraulica, da parte dell'uomo, al fine di assicurare l'ambiente idoneo all'instaurarsi di una ricca avifauna di passo e stanziale, si scontra con quanto illustrato nei paragrafi precedenti al riguardo di questi ambienti. La maggior parte delle lagune costiere italiane ed europee non sono più ambienti naturali intatti, ma sono state modificate e vengono gestite ai fini della pesca. Anche quelli che sono gli ambienti lagunari intatti vanno trattati come ambi­enti di transizione tra acque dolci e acque marine e necessitano di una qualche forma di gestione che ne controlli nel tempo gli apporti di acque dolci, l'interrimento, gli scambi con il mare, ecc. al fine di evitare la naturale evoluzione verso il bacino di acque dolci o l'interrimento.

Gli esempi delle lagune di Monaci e di Burano mostrano come l'esperienza della protezione dell'ambiente spinta all'eccesso (assenza di gestione di pesca e quindi di quella idraulica) provochi dapprima un peggioramento della situazione ambientale, una successiva diminuzione delle specie ittiche presenti e delle loro quantità e infine un allontanamento dell'avifauna, che in tali ambienti non trova più le condizioni idonee alla sua permanenza.

 

4.6 Sopraggiunge un nuovo problema: gli uccelli ittiofagi

 

che in Europa sono rappresentati  soprattutto dal Cormorano

 

Durante la quarta conferenza europea sulla biologia ed ecologia del cormorano, tenutasi a Bologna nel novembre ’95, ha avuto luogo un proficuo confronto fra diverse  esperienze europee. In seguito,  è nata l’esigenza di incontrarsi nuovamente per puntualizzare le  conoscenze acquisite sul problema e stabilire un piano di gestione, con lo scopo di limitare l’impatto negativo di questa specie sulle attività ittiocolturali. Organizzato dal gruppo di lavoro sul cormorano (istituito dal Ministero dell’Agricoltura Gestione ambientale e Pesca), si è tenuto in Olanda da pochi giorni un workshop sul cormorano. L’iniziativa è stata un’utile occasione per riepilogare i dati europei riguardo la dinamica di popolazione, l’analisi della predazione, la valutazione dell’impatto economico sulla base di casi reali e, infine, discutere sui metodi di prevenzione e riduzione del danno.

La popolazione complessiva di cormorano (comprendente le due sottospecie carbo e sinensis) a partire dagli anni ’80 è in forte crescita esponenziale. Fattori ambientali favorevoli (riduzione dell’inquinamento chimico e maggiore disponibilità di prede), legati a leggi protezionistiche (direttiva CEE 409/79), sono fra i fattori che hanno maggiormente contribuito all’esplosione numerica di questa specie negli ultimi dieci anni. Attualmente (1995) la popolazione europea pare conti almeno 194.000 coppie nidificanti, sicuramente una sottostima (attribuita alla disponibilità in alcuni Paesi di dati solo parziali) della più realistica cifra proposta di 200.000 coppie. La popolazione complessiva è suddivisa in 50.000 coppie appartenenti alla  sottospecie atlantica carbo e 150.000 coppie alla sottospecie sinensis.  Le popolazioni di P.c. carbo negli ultimi anni pare stiano andando incontro ad una stabilizzazione, manifestatasi con un contenimento della crescita. In Norvegia si registrano infatti incrementi solo localmente e in Gran Bretagna l’accrescimento è pari al 3% annuo.

 Le maggiori popolazioni nidificano in Danimarca (38.300 coppie), Olanda (15.200 coppie), Svezia (15.400), Norvegia (24.000), Ucraina (circa 14.000), Polonia (circa 11.000), Romania (15.000) e Germania (14.800). Mentre nei primi quattro paesi la fase di espansione pare sia terminata, negli altri, così come in Gran Bretagna, Belgio ed Italia, le popolazioni nidificanti continuano a seguire una crescita esponenziale, dimostrando, oltretutto, la tendenza a colonizzare nuove aree. In particolare, in Italia, nel 1995 rispetto al precedente censimento (1992), si è assistito ad una crescita pari al 50%, accompagnata dall’occupazione di quattro nuovi siti (tre nel Delta e uno in Piemonte). In totale la  popolazione nidificante conta poco meno di 500 coppie suddivise in sette colonie (Grieco et al., 1995).

 

Popolazione svernante

Per un specie come il cormorano, così versatile nella scelta dell’ambiente di svernamento, non è facile disporre di dati complessivi sulla consistenza numerica  della popolazione svernante in Europa. E’ stata comunque possibile elaborare un stima pari a 700.000 individui, partendo da una base di 200.000 coppie nidificanti. Le due sottospecie carbo e sinensis  hanno un comportamento migratorio diverso. Mentre la prima, in relazione all’andamento climatico, si limitata a spostarsi verso sud, rimanendo comunque in un ambito atlantico; la sottospecie sinensis intraprende una vera e propria migrazione, disperdendosi attraverso l’Europa continentale fino alle coste del Mediterraneo. Questo fenomeno comporta che paesi come Spagna, Portogallo e Tunisia, che non hanno colonie o, come Francia e Italia, con poche migliaia di coppie nidificanti, si trovino a fronteggiare una quota consistente della popolazione svernante, rispettivamente con 35.000, 12.000, 12.000, 66.000 e 49.100 individui. Per l’Italia, gli ultimi dati raccolti evidenziano un incremento della popolazione svernante, passata dai 25.000 individui (Conferenza di Danzica, 1993) nel gennaio del 1993 ai 36.500 individui (Baccetti & Cherubini, 1994) nel gennaio ’94 e ai 49.100 individui (Conferenza di Bologna, 1995) nel gennaio ’95. Tutto sommato si può dire che negli ultimi incontri europei, rispetto al precedente incontro di Danzica, è stato possibile configurare un quadro più completo sulla dinamica di popolazione del cormorano in Europa.

 

Interazione con le popolazioni ittiche e dati sull’impatto predatorio in Europa

Il problema della estensione dell’areale è correlato alla natura predatoria di questo ittiofago. Dagli studi compiuti in vari Paesi europei è risultato che il cormorano può foraggiare in una vasta gamma di habitat, catturando un’ampia varietà di pesci. La dieta varia sia a seconda della scelta dell’habitat, che è in funzione della composizione degli stock ittici nei diversi ambienti di foraggiamento, e sia su base stagionale che annuale. Le tendenze stagionali sono in relazione soprattutto al ciclo biologico delle specie ittiche; difatti nel lago Chiemsee, in Bavaria, la predazione di coregoni (Coregunus sp.) avviene principalmente durante i mesi di dicembre e gennaio (periodo in cui si riproducono), mentre i temoli vengono catturati in gennaio e febbraio, stagione in cui depongono le uova (Keller,1995). Una predominanza di aringhe (Clupea harengus), avvicinatesi alle coste danesi  durante il periodo della deposizione, fu osservata da Madsen & Spärck (1950) nella dieta del cormorano.  Variazioni stagionali nella composizione  della dieta fu notata anche da Suter (1991) dall’evidenza di reali fluttuazioni, nel corso dell’anno, nella cattura delle due prede principali (rutilo e pesce persico), spiegabile in questo caso dalla semplice abitudine del pesce persico a prediligere i fondali nei mesi invernali.

Sostanzialmente, dagli studi effettuati nei vari Paesi europei interessati dal problema, risulta che non meno di 115 specie ittiche sono state identificate come prede del cormorano, però  solo 12 specie di pesci d’acqua dolce e 8 specie marine sono d’interesse economico per le attività di pesca.

Riguardo la stima della biomassa predata dal cormorano, argomento di cui si è trattato ampiamente durante la conferenza di Bologna, i dati emersi dagli ultimi studi consentono un’analisi più precisa. Resta comunque difficile studiare e di conseguenza valutare l’impatto di questa specie ittiofaga sulle popolazioni ittiche naturali o degli ambienti di acquacoltura estensiva. I limiti che vengono posti sono soprattutto metodologici, legati da una parte alla scarsa conoscenza sulla composizione della fauna ittica e la dinamica delle sue popolazioni (reclutamento, struttura di età, ecc.) e, dall’altra, dall’impossibilità di determinare la provenienza delle prede. E’ ampia infatti la gamma di ambienti adatti al foraggiamento di questa specie, distanti anche diverse decine di chilometri dal roost. Dall’altra parte c’è anche il rischio, nei casi in cui la stima non venga effettuata direttamente, ma basandosi sui quantitativi di pesce rimosso, di sovrastimare la predazione, qualora non vengano chiarite le altre cause di mortalità (Marquiss & Carss 1994).

Gli effetti del cormorano possono essere meglio valutati dal momento che si considera  non solo la consistenza numerica degli ittiofagi coinvolti, ma anche la stima delle perdite dovute alla predazione, nonché di dati più precisi sulla composizione degli stock ittici. Non sempre l’effetto del cormorano è dannoso ai fini economici, inteso cioè come perdita finanziaria, ma può avere un impatto sulle popolazioni ittiche, inteso come rimozione di quantitativo, che tutto sommato non provoca conseguenze né sulla struttura della popolazione, né sull’attività della pesca. E’ quest’ultimo il caso, ad esempio,  delle popolazioni di pesci nel corso del Danubio ad est di Vienna, dove le specie predate sono di scarso interesse per le attività sportive di pesca ed inoltre il prelievo di biomassa, stimato intorno al 5-9%, è piuttosto irrilevante data l’alta produttività di queste acque (Mann et al. 1995, Kohl 1995). Sempre in Austria, comunque, in un piccolo fiume, nel marzo del 1991 si è registrata una bassa consistenza negli stock di pesce. L’evento è stato collegato alla esistenza di un gruppo di 150  cormorani, presenti nella zona da almeno due inverni; negli inverni seguenti i cormorani non hanno più frequentato l’area cosicché una seconda verifica, effettuata nell’ottobre del 1993, ha dimostrato che la biomassa ittica è aumentata di 5-10 volte rispetto al precedente monitoraggio (Keinz 1994). Alla stessa conclusione sono giunti altri studi che interessano diversi fiumi del Paese (Jungwirth et al. 1995, Keinz 1994).

 In Scozia, in una delle aree più importanti per la pesca sportiva, è stato rilevato, in seguito ad uno studio effettuato dall’Istituto inglese di  Ecologia Terrestre, che la maggior parte delle trote predate dal cormorano sono di taglia commerciale. L’entità della perdita è stata quantificata dell’ordine di diverse migliaia di esemplari l’anno (Carss et al. 1995). Purtroppo, a causa della mancanza di dati sulla consistenza e la dinamica della popolazione di trote, non è semplice la valutazione dell’impatto predatorio. Addirittura il prelievo effettuato dal cormorano non sembrerebbe costituire un grosso problema per la pesca sportiva, apparendo quindi ingiustificato il programma di abbattimento, che in dieci anni ha portato all’uccisione di  1200 individui. Azione risultata inefficace perché non solo non è diminuito il numero di cormorani, ma neppure aumentato il numero di trote pescate.

In Bulgaria negli ultimi dieci anni, in conseguenza alla crescita della popolazione nidificante e svernante, si è molto alimentato il conflitto fra i cormorani e le attività di pesca. Non sono stati effettuati studi specifici sull’entità predatoria del cormorano, ma è stato  comunque osservato che il  danno subito dagli allevamenti di pesci è piuttosto elevato sia in inverno, che durante i passi migratori, in autunno e primavera. Di conseguenza è stato concesso, legalmente, il permesso di abbattere i cormorani nelle vicinanze di allevamenti nel periodo compreso fra l’1 settembre e il 31 ottobre (Ivanov et al., 1996).

Anche in  Danimarca è accesa la discussione fra i pescatori e l’aumentata popolazione di cormorani, in relazione  soprattutto alla competizione di alcune specie di pesce di interesse commerciale quali l’anguilla, il merluzzo e il pleuronettide. Nella stessa area il  consumo da parte del cormorano, a sfavore del quantitativo di  pesca delle tre specie, è pari rispettivamente al 27%, 13% e 49%. Anche in questo caso non è semplice interpretare queste statistiche. L’attività di pesca è mirata a prelevare una certa taglia di pesce e quindi classi di età più vecchie; la predazione del cormorano, dall’altra parte, è effettuata a carico di diverse classi di età. Di conseguenza è evidente l’impossibilità, basandosi solo su questi dati,  di quantificare le perdite in termini economici (Hald-Mortensen 1995).

Non meno conflittuale è la questione in Francia, dove nella Brenne e Dombes la tradizionale piscicoltura di stagno è la principale attività economica. Il prelievo di biomassa dovuto alla predazione del cormorano nella Brenne (7300 ha, con una produzione media di pesce bianco di 1200 t/anno), fra l’agosto del 1989 e l’aprile del 1990, è stato stimato intorno ai 126.000 Kg, corrispondenti ad una perdita economica pari a 1.260.000 franchi (Goyon, 1993 ). Ad aggravare la già difficile situazione economica dell’attività di acquacoltura estensiva nell’area della Dombes (120 Kmq, con una produzione media che dovrebbe ammontare a 300 Kg/ha e che dal 1990 al 1992 non supera i 180 Kg/ha), c’è l’aumentata presenza della popolazione svernante di cormorano che in questa regione nel 1995 è stata stimata pari a 3700 individui. Questo problema è presente anche in altre regioni della Francia (Trolliet , pers. comm.)

Ingenti sono i danni provocati dalla predazione del cormorano in Germania. In Sassonia  il danno alle attività di piscicoltura ammontano a 3 milioni di marchi. L’impatto economico (perdita finanziaria) nel lago di Schleswig-Holstein (17.000 ha) è stata stimata pari a 2 milioni di marchi nel 1991 (Brenner, 1993). Le perdite annuali all’itticoltura bavarese ammontano a 5.75 milioni di marchi (Gerstner, 1995). 

Nell’Irlanda del Nord nel 1991 si è giunti a stimare un massimo di perdita, a causa della predazione del cormorano, pari al 47% delle richieste di salmone (Warke & Day, 1995).

In Israele il forte incremento della popolazione svernante nelle valli a nord del paese ricche di stagni, ha provocato grossi danni alle attività di produzione ittica. Dalla fine degli anni ’80 è stato utilizzato ogni tipo di metodo per allontanare i cormorani,  ma non solo le presenze non sono diminuite, ma il problema si è accentuato dalla presenza del pellicano bianco. E’ urgente una soluzione alla questione in quest’area, in quanto si rischia di mettere in serio pericolo la presenza di altre specie di uccelli (Shirihai, 1996).

In Svezia l’Organizzazione Pescatori ha proposto di limitare ad alcune migliaia di individui la presenza del cormorano nel Paese. Nel 1992 nove delle 34 colonie di cormorano sono state illegalmente distrutte; inoltre ai pescatori è stato permesso di abbattere individui entro un raggio di 200 m dal sito di pesca. In questo modo circa 700 individui all’anno sono stati uccisi. Prima dell’adesione della Svezia all’EU (primo gennaio 1995) esisteva una vera e propria stagione di caccia che iniziava in agosto e terminava a febbraio (Lindell, 1993). Adesso la caccia è limitata a determinati periodi (1 gennaio-10 aprile e 1 agosto-30 settembre).

In Olanda da uno studio pluriennale che ha interessato il bacino dell’Ijsselmeer (180.000 ha, con una produzione di 1.4 Kg/ha/anno), dove le specie ittiche di interesse commerciale sono principalmente l’anguilla, il persico reale, il lucioperca e lo sperlano, è emerso che  la biomassa rimossa dal cormorano è circa pari allo 0.06 Kg/ha/anno. E’ stato stimato che nel 1993 i cormorani abbiano consumato 2.4 Kg/ha di persico e 0.4 Kg/ha di lucioperca, mentre lo scarto  dovuto alla mortalità entro le reti fisse (fyke nets) è stato pari, rispettivamente, a 1.8 Kg/ha per il persico e o.4 Kg/ha per il lucioperca. Da ciò è emerso che ancor prima di prendere provvedimenti riguardo la presenza dei cormorani, occorre elaborare un nuovo piano di pesca (van Dam et al., 1995).

C’è disaccordo fra l’Unione Elvetica Pescatori e le associazioni protezionistiche degli uccelli sugli effetti della predazione ad opera della popolazione svernante di cormorani in Svizzera. Uno studio sulla popolazione di temolo del fiume Reno ha evidenziato che a fronte della crescita della pressione di predazione (da 0.1 kg/ha nel 1970/82 a 8.5 Kg/ha nel 1983/91), il pescato rimane mediamente costante e quindi si ha una crescita della biomassa complessivamente rimossa. Risultati simili sono stati ricavati dai dati sulla pesca delle trote nel canale di Linth.

Nel nostro paese un primo studio sull’impatto predatorio del cormorano è  stato condotto nei  primi anni ’90 nelle lagune dell’oristanese e ha quantificato in 1109 quintali la biomassa predata dai circa 2000 cormorani residenti per 180 giorni nell’area (Cau et al., 1991). Un secondo studio stima che il prelievo operato dai cormorani nelle valli da pesca della laguna veneta (ca. 6500 ha) sia pari a 305 quintali, corrispondenti ad una pressione predatoria di 8.23 Kg/ha (Cherubini, 1996). Lo studio condotto sulla popolazione svernante nel Delta del Po (Volponi, 1996) ha stimato un prelievo di biomassa, nel periodo di massima presenza (ottobre-marzo), compreso tra un minimo di 2000-2750 quintali (5.2-7.2 Kg/ha) e un massimo di 2800-3900 quintali (7.5-10.3 Kg/ha) qualora si consideri, rispettivamente, un valore della razione media individuale pari a 350 o 500 grammi/giorno.

In definitiva dall’analisi di questi casi reali emerge che: (1) la mancanza di sufficienti informazioni e la difficoltà di compiere valutazioni oggettive sono state unanimemente riconosciute nel corso della discussione sul rapporto tra cormorani e pesca durante gli ultimi incontri europei (Bologna e Olanda); (2) la predazione da uccelli ittiofagi sembra non destabilizzare le popolazioni ittiche negli ambienti naturali d’acqua dolce (Draulans 1988; Suter 1991); (3) e che è generalizzata l’esigenza di prendere urgenti provvedimenti nell’individuare metodi di difesa efficaci, specialmente, laddove, la predazione è esercitata nelle valli da pesca, e soprattutto sulle specie più pregiate.

 

Effetti ecologici

 La disputa sul cormorano è soprattutto concentrata sull’impatto economico, forse meno eclatante ma comunque importante è l’aspetto ecologico. Il cormorano riveste un ruolo significativo come predatore trovandosi al più alto livello trofico nelle catene alimentare di molti e diversi ecosistemi acquatici. In tale ruolo influenza e viene a sua volta influenzato dalla struttura e la dinamica delle comunità di pesci. Alcuni effetti ecologici, emersi dal confronto di diversi studi europei effettuati negli ultimi tempi, hanno un riscontro positivo. E’  il caso, ad esempio, dell’influenza che la predazione del cormorano può avere sulla composizione in specie degli stock ittici: nel NW Overijssel, in Olanda, la predazione del cormorano interviene sulla competizione fra l’anguilla e l’abramide (Lamnes et al., 1985), impedendo l’esclusione della prima specie a favore della seconda. Una simile situazione si presenta anche nel bacino dell’Ijsselmeer, dove oggetto della questione sono l’anguilla e il persico (van Eerden, pers. comm.). Anche nel fiume Alz in Bavaria c’è un’interessante correlazione fra il decremento nella popolazione di temolo e un incremento in quella di  anguille (Keller, pers. comm.). Altri effetti ecologici legati alla predazione comprendono:

·       un miglioramento della qualità delle acque in seguito alla riduzione delle popolazioni di pesci zooplanctivori (van Eerden & Zijlistra 1995, Vedelkamp 1994, 1995);

·       un aumento della quantità di azoto e fosforo (derivata dagli escrementi) nel terreno o e nei corpi d’acqua, a seconda della localizzazione del roost e della colonia di nidificazione (Gere & AndriKovics, 1992);

·       l’accresciuta mortalità dei pesci per l’insorgenza di malattie successive a ferite;

·       la diffusione di patologie e parassiti (Graf zu Törring-Jettenbach et al., 1995).

 

Metodi per prevenire e ridurre il danno

            L’utilità di un mezzo di prevenzione e limitazione dell’impatto viene soddisfatta dal fatto che sia efficace a lungo, economicamente poco costoso e che abbia un impatto ecologico trascurabile. Diverse sono le possibilità di intervento individuate e sperimentate in altri Paesi europei, che differiscono in base ai differenti meccanismi di azione.

            Una prima possibilità riguarda la limitazione della vulnerabilità delle prede, che consiste nel fornire agli ittiofagi prede in sostituzione alle specie di interesse commerciale. Esistono due linee di azione in tal senso: la prima prevede l’immissione delle prede in sostituzione direttamente nei bacini di allevamento o stoccaggio delle altre specie commerciabili; la seconda prevede di indirizzare ad altri siti di foraggiamento (bacini distrazione) appositamente creati, lontani dalle aree di produzione, la predazione dei medesimi cormorani. In quest’ultimo caso occorre comunque avvalersi di mezzi di dissuasione, che vengono  localizzati nelle aree di produzione per scoraggiarne la frequentazione . Se anche le poche  esperienze compiute (Marquiss & Carss 1994, Shirihai 1996) pare abbiano ottenuto risultati positivi, non è comunque chiaro che la presenza di prede alternative sia effettivamente in grado di abbassare la pressione predatori sulle specie di valore commerciale.

            Una seconda possibilità riguarda la limitazione  dell’attrattiva  del sito, resa possibile da diversi interventi  mirati, ad esempio, alla modifica o l’eliminazione di qualsiasi struttura artificiale che possa essere utilizzata dagli ittiofagi nelle pause e durante l’attività di alimentazione. Nei bacini artificiali si può agire mantenendo acque profonde e  sponde ed argini a bordo elevato sulla superficie dell’acqua. Il provvedimento è risultato efficace soprattutto nei confronti degli Aironi, che si alimentano nelle acque poco profonde e in prossimità delle rive.

            Una terza possibilità riguarda la limitazione dell’accessibilità delle prede e del sito, ottenuta efficacemente dalla copertura del bacino di produzione mediante reti anti-uccello. Questo tipo d’intervento presenta elevati costi di messa in opera e manutenzione. Alla conferenza di Bologna è stato presentato un modello di rete di PVC a maglia larga di circa 20 cm (K.D. Christensen, Ornis Consult, Copenaghen, DenmarK). La sperimentazione ha avuto successo, ma lascia dei dubbi l’utilizzazione in condizioni operative reali.

            Una quarta possibilità riguarda la limitazione per allontanamento e dissuasione. I mezzi di dissuasione incruenta si dividono in tre grosse categorie: visivi, acustici e bio-acustici. I deterrenti visivi comprendono una serie di oggetti che vanno dalle bandiere e nastri colorati e riflettenti ai lampeggianti a luce intermittente o a sagome  di uccelli predatori e così via. La maggior parte delle esperienze riportate in letteratura testimoniano effetti momentanei limitati a poche ore o al massimo compresi da pochi giorni ad alcune settimane. Un spaventapasseri auto-gonfiabile a controllo elettronico ha dato risultati efficaci soltanto a breve termine  (Stickley et al.,1995). Un altro mezzo visivo può essere il fucile laser. Questo apparecchio è stato messo a punto recentemente dalla ditta Desman (Sainte Marie de Campan, Campan, France); è dotato di cannocchiale di puntamento e di una batteria di 12V che alimenta l’emissione di una fonte di luce laser di 632.8 nm (elio-neon) di 5 mW di potenza con un raggio d’azione  fino a 2.5 km. Questo mezzo deterrente è stato testato in alcune aree della Francia e, in alcuni casi, con effetti positivi (Troillet, 1993). Nella stagione invernale 1995-96  in un’area adibita a piscicoltura  in Dombes, l’utilizzo di due apparecchi ha portato ad  una significativa riduzione della presenza dei cormorani nella zona (Troillet, pers. comm.). Uno dei difetti più evidente riguarda la sua totale inefficacia nell’utilizzo in condizioni di forte luminosità ambientale. B.Troillet (pers. comm.) asserisce che l’apparecchio ha una sua funzionalità in situazioni di bassa luminosità (<2000 lux).

            I mezzi acustici (sirene ed emettitori di suoni ed ultrasuoni, petardi, spari a salve e cannoncini a gas) purtroppo hanno avuto effetti precari ed efficaci solo a breve termine. In Camargue l’azione dei cannoncini a gas combinata con deterrenti visivi hanno avuto un effetto dissuasivo nei confronti dei cormorani, ma l’esperimento ha esaurito la sua efficacia nel giro  di 3-6 giorni (Im & Hafner 1988).  Oltre ad un’azione limitata nel  tempo, i mezzi acustici finora utilizzati non sono selettivi e rischiano di interferire e pregiudicare gli altri usi del territorio (caccia, pesca sportiva, ecc.).

            Aspettative fiduciose ricadono sull’utilizzo dei mezzi bio-acustici, che consistono in registrazioni di grida di stress e di allarme che gli uccelli emettono in particolari condizioni (Canover, 1994). I vantaggi consistono nell’essere ecologicamente compatibili (sono specie-specifiche ) non provocando nessun effetto  né sulle altre specie di uccelli, né sull’ambiente. L’attività sperimentale richiede raffinazione delle  registrazioni e la selezione delle sequenze vocali delle specie d’ interesse, nonché la scelta degli apparecchi di diffusione e delle migliori condizioni di utilizzo.

La frenetica necessità di individuare mezzi di dissuasione incruenta in grado di limitare, se non di eliminare, l’impatto dei predatori è alimentata dal sempre più animato conflitto d’interesse tra la produzione ittica la conservazione delle specie selvatiche. D’altra parte l’inefficacia di molte tecniche di dissuasione ha rilevato la necessità di approfondire, da una parte, le conoscenze sulle abitudini alimentari e il comportamento delle specie ittiofaghe, dall’altra, l’esame delle condizioni di produzione.

            Per ultimo, la limitazione dell’impatto di predazione è rappresentata dalla rimozione degli ittiofagi. Molte esperienze europee testimoniano vere e proprie campagne di abbattimento. Diverse politiche d’intervento sono state compiute in relazione all’appartenenza o meno dei diversi Stati all’Unione europea (Ue) per i quali è valida la direttiva 409/79. Nella Repubblica  Ceca dal 1991 viene impedito l’insediamento di nuove colonie effettuando un controllo della popolazione nidificante. Sette colonie sono state abbandonate, solo due siti di nidificazione, in Boemia e Moravia,  sono protetti (Janda 1993, Lindell et al. 1995). In Polonia dal 1987 il cormorano non è più specie protetta e da 2 a 5 autorizzazioni all’anno sono state rilasciate per l’abbattimento di una quota annuale di 100-2.000 individui. In una colonia nel NE della  Polonia 697 nidi sono stati distrutti fra il 1987 e 1990. Per mancanza di mezzi finanziari non è stato possibile monitorare l’effetto di questa politica (Dobrowolski, 1995). Da ultimissime indagini (Przybysz et al., 1996) emerge che, se anche  la crescita della popolazione complessiva è in aumento (14% annuo dal 1981-92), sembrerebbe essere più bassa in quelle zone in cui è stato effettuato un controllo.

Campagne di abbattimento, legali o meno, sono state effettuate anche in Svezia, Danimarca, Germania, Olanda e Norvegia.  Anche nel nostro Paese, dove l’uccisione degli uccelli ittiofagi è illegale dal 1977, l’abbattimento è effettuato localmente. Recentemente, infatti, in base ad una nuova legge sulla caccia (legge n. 157/92), sono state concesse dalle amministrazioni locali deroghe che permettono un abbattimento limitato di cormorani nell’ambito delle aree di acquacoltura (ad esempio Regione Sardegna per gli  stagni dell’oristanese, Provincia di Ravenna per l’area ravennate delle Valli di  Comacchio).

Dalle varie esperienze compiute all’estero e in Italia riguardo a questo tipo di lotta, intrapresa con effetti più o meno devastanti,  si possono trarre alcune considerazioni fondamentali: (1) l’abbattimento ha un qualche effetto solo se interessa una frazione preponderante della popolazione; (2) limitato alle sole aree di produzione ittica, ha un effetto solo locale e non influisce sulla popolazione complessiva,  trasferendo altrove il problema; (3) ha un effetto di disturbo sulle altre specie acquatiche; (4) il costo economico può risultare elevato, perché proporzionale all’estensione dell’area da proteggere.

E’ evidente che una soluzione al problema cormorano sembra ancora lontana. Le esperienze effettuate attraverso l’utilizzo dei mezzi deterrenti sono risultate tutto sommato effimere. Una linea di azione più efficace deve essere affrontata attraverso una diligente gestione della produzione oltre all’utilizzo integrato di più mezzi di dissuasione. Inoltre la reale soluzione deve essere affrontata all’interno di un piano di gestione, il cui contributo derivi dall’unanime partecipazione di tutti i Paesi interessati alla questione. Gli ultimi incontri internazionali hanno, in un qualche modo, contribuito allo scambio di informazioni utili per l’elaborazione di un piano amministrativo ed operativo.  Infatti dal risultato di questi appuntamenti (meeting), Danimarca e Olanda hanno iniziato a collaborare per la messa a punto di un primo piano gestionale europeo. E’ stata a tal fine completata, in questi giorni, una prima bozza del documento, che riassume tutte le informazioni disponibili a livello europeo sulla biologia ed ecologia del cormorano. Il documento, una volta discusso, aiuterà ad avere una visione più  globale  del problema, ad individuare quali sono le zone più a rischio e a mettere in atto i primi interventi di controllo, selezionando i mezzi deterrenti risultati più efficaci.

 

 

 

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Altre note : a parte una ridiscussione del testo, bisogna sviluppare almeno altri 2 temi

la cosiddetta acquacoltura integrata (e dovresti farlo Tu)

Gli Uccelli ittiofagi (posso farlo io)